Banche e burocrazia: Renzi è poco chiaro con il popolo italiano

L’Europa non può diventare l’Europa delle burocrazie e delle banche

Lo ha detto il nostro Premier a Bolzano, anche per rispondere alle critiche di Jens Weidman, presidente della Bundesbank.

Va tralasciato, almeno per il momento, il fatto che tutto quanto sostenuto da Renzi è pura retorica e non ha citato un solo modo, neppure uno solo, per fare riprendere all’Italia quell’autostima che sostiene (a ragione) sia andata persa.

Il nocciolo del discorso, invece, ruota attorno alle banche che non sono solo il termometro degli andamenti economici ma sono sia il lato piretico sia quello antipiretico che fanno salire o scendere la febbre.

Un anno fa CONSOB ha regolamentato l’equity crowdfunding, ossia la raccolta di capitale a rischio, limitandolo però alle aziende definite “innovative”. Un’opera incompiuta perché se è vero che altri Paesi si stanno ispirando all’Italia per definire a loro volta le regole che lo regolamentano, è pure vero che non renderlo accessibile a tutte le imprese è (quasi del tutto) inutile.

Il crowdfunding, nelle sue molteplici forme, permette a qualsiasi risparmiatore di partecipare alla creazione di un prodotto o di un servizio, fino ad acquistare quote dell’azienda che lo produce. Relegarlo solo alle aziende “innovative” taglia una gran fetta di potenzialità allo strumento; sono relativamente poche le persone capaci di comprendere la reale portata di un progetto altamente tecnologico. Se il crwodfunding, detto anche “finanziamento dal basso”, fosse esteso a qualsiasi attività (ristoranti, agenzie viaggio, attività commerciali, eccetera) ne gioverebbe l’economia intera.

Quelle meno entusiaste sarebbero le banche, incapaci – almeno sul breve periodo – di affrontare sotto nuova luce l’erogazione del credito privato (nell’ultimo semestre in calo del 3,5% in Italia, dopo altri semestri chiusi con il “segno meno”) sapendo che il richiedente potrebbe rivolgersi altrove ancora prima di sottoporre la propria richiesta ad un istituto di credito.

E’ quindi necessario che Renzi valuti l’ipotesi (necessaria fino ad essere vitale) di allargare le aree di competenza del crowdfunding, perché altrimenti l’Italia resterà feudo delle banche.

Fissare la telecamera e lasciarsi andare a dichiarazioni deboli, facilmente opinabili e fasulle tanto da essere imbarazzanti, non rida’ all’Italia i mezzi per ricostruire quell’ “autostima” che il Premier asserisce essere venuta meno.

 

Briatore ha perfettamente ragione. Oddio, non proprio “perfettamente”.

Flavio Briatore ha detto la sua. Non sarebbe dovuto accadere, ma è successo.

Secondo il papà di Nathan Falco le startup digitali sono tutte “fuffa”, termine che significa sia “lanugine” che “merce di poco valore”. Piuttosto, dice il signor Gregoraci, aprite una bella pizzeria.

Ha ragione. Ha perfettamente ragione. Molte startup digitali nascono senza business plan, senza un progetto definito, alcune senza un team. Sono formate da al massimo due persone che si fregiano di titoli inflazionatissimi quali “CEO”, “CTO”, “CIO”, “CFO”, “COO” e chi più ne ha più ne metta.

Ha ragione, Briatore, ha perfettamente ragione. Alcune di queste sono la trasposizione online di flussi analogici. Un servizio di babysitting o una sartoria online sono progetti a corto respiro che né innovano né aggiungono valore alla realtà quotidiana.

Briatore ha perfettamente ragione perché il tasso di mortalità delle startup è elevatissimo, ha ragione perché avere una minima idea di che cosa sia un processo produttivo, cosa sia una campagna di marketing, come fare a valutare e a superare gli ostacoli che tormentano il mercato, come sfruttare a proprio vantaggio i punti di forza della concorrenza… queste sono alcune delle cose per nulla automatiche e che non si accostano da sé al fare una startup; sono tutti concetti tosti e in qualche modo tossici, lezioni che si imparano a volte a carissimo prezzo.

Ha ragione, Briatore, quando consiglia di aprire una pizzeria. Meno rischi, meno lavoro (?), meno menate e subito dritti al sodo.

Eppure anche la sartoria online contribuisce a diffondere cultura, a cambiare approcci. La pizzeria no. Eppure da quel bassissimo tasso di sopravvivenza delle startup esce progresso, esce benessere, esce tecnologia. Dalla pizzeria no. Dall’ingegno, dal sudore e – perché no – dalle acerbe capacità di chi si lancia in avventure ad alto rischio esce quel progresso che accelera il progresso che ne consegue.

E quando tutta questa cultura, potente e irrefrenabile, avrà prima spinto e poi permeato il progresso, ne godranno tutti. Anche chi ha aperto una pizzeria.

Lavorare per Apple? Un sogno per chi cerca impiego, un incubo per chi ci lavora

Apple, insieme ad altri giganti della Silicon Valley, figura sempre in cima agli elenchi dei datori di lavoro più ambiti.

Ma, una volta assunti, è davvero l’impiego da sogno che ci si immagina da fuori? A quanto pare no. Lo dice chi l’azienda la vive quotidianamente dall’interno. Il tutto però va soppesato su una bilancia: i lati positivi ci sono; lavorare a Cupertino (o per Cupertino) da’ la possibilità di confrontarsi con un numero elevato di menti eccelse e, alla fine dell’avventura presso Apple, l’averci lavorato da’ smalto a qualsiasi curriculum. Tutto questo però ha un prezzo piuttosto elevato, un prezzo che va pagato con il sudore e la dedizione, in alcuni casi, come quello di Robert Bowdidge, di totale abengazione.

Bowdidge racconta del suo rapporto con la moglie, messo a dura prova dal suo impiego a Cupertino. L’uomo lavorava fino a tarda notte senza potere raccontare nulla alla consorte, “rea” di lavorare per IBM. In occasione di viaggi di lavoro per Mister Bowdidge vigeva il divieto assoluto di farsi accompagnare dalla moglie.

Richard Francis, impiegato Intel, ha lavorato con un distaccamento di risorse Apple per un progetto congiunto. Parla di “un controllo aziendale pesante”, una governance estrema che crea tensione soprattutto tra manager. Di controllo parla anche una fonte anonima, un impiegato che preferisce non rivelare il suo nome; da quanto riporta appare che a Cupertino regna sovrano il settore marketing, capace di vietare oppure promuovere iniziative nate in altri settori. E questo è un caso tanto atipico quanto esemplare: in un’azienda comanda, di norma, il commerciale. E’ lui che incamera quattrini ed è lui che impera. Apple non ha bisogno di un’imponente comparto dedito alla vendita, i prodotti con la Mela si vendono da soli… e questo grazie al marketing.

Un altro anonimo parla di un’altra forma di controllo, meno appariscente ma non meno bloccante: paranoia diffusa tra i dipendenti, sgambetti e mancanza di rispetto reciproche e orari di lavoro massacranti sono la cultura aziendale, stando a quanto riporta. E’ diffusa la teoria secondo cui chi si lamenta può essere facilmente sostituito. L’anonimo lancia un monito: “lavorate per Apple a vostro rischio e pericolo, le uniche cose positive sono la possibilità di vestire casual e la mensa in cui si mangia bene”.

Jordan Price, designer, parla di orari di lavoro rigidissimi e intensi: “non vedo mia figlia durante la settimana a causa degli orari di lavoro per niente flessibile”. La Price, pure di entrare alla corte di Re Cupertino ha accettato una diminuzione di stipendio, in cambio del prestigio di lavorare per Apple, scelta che rimpiange anche alla luce delle frequentissime riunioni che rompono il ritmo di lavoro.

La sede faraonica e avanzata di Cupertino, chiamata “Infinite Loop Campus”, pure essendo la location rappresentativa non è l’unica: lo dice Owen Yamuachi, che ha lavorato in una sede dislocata a Vallco Parkway, a pochi chilometri da Cupertino: un posto in cui non c’è nessuna delle comodità che gli impiegati trovano nel Capus di Apple, una sede buia, con corridoi stretti, soffitti alti e uffici singoli per tutti. Il lato positivo è quello dell’elevata privacy che permette di concentrarsi, quello negativo – come riporta Yamuachi – è quello di passare giornate intere senza parlare con chicchessia.

Uno sviluppatore anonimo, che dice di avere lavorato al primo iPad, racconta che era stata predisposta una stanza apposita per lui e i suoi tre colleghi, gli unici autorizzati ad accedervi. I tablet erano incatenati alle scrivanie e i collaboratori scelti hanno dovuto subire uno screening approfondito.

La questione stipendi è un nodo: le persone che hanno raccontato la loro esperienza professionale a Cupertino parlano di retribuzioni più basse della media, perché il management  sa quale impatto può avere Apple sul curriculum vitae di chi ci ha lavorato. E questo riguarda tutti, anche i dipendenti dei negozi di proprietà.

 

Addio Windows XP, cosa fare e come farlo

Dopo 12 anni XP va in pensione. Le ultime sono state settimane di eccessivo allarmismo generalizzato, sarebbe invece necessario fare un po’ di chiarezza laddove impera il caos.

Il problema riguarda soprattutto le aziende, poi e solo poi i privati che però vanno scissi in diverse categorie.

Dal canto suo Microsoft ha fatto il proprio dovere: ha annunciato la fine del supporto con abbondante anticipo sfruttando i media e i propri canali, con tanto di sito apposito (www.windowsxp.it).

Cosa significa “fine del supporto”?
I PC con Windows XP continueranno a funzionare (se non sai quale versione di Windows hai, puoi consultare questa pagina); col passare del tempo possono prestare il fianco a vulnerabilità e virus perché il sistema operativo non verrà più aggiornato. Ciò significa che Microsoft non metterà più le classiche “pezze” alle falle riscontrate. Nel frattempo produttori di hardware e software si concentreranno su altre versioni dei sistemi operativi Microsoft (quindi Windows 7, 8 e 8.1) facendo sì che programmi e periferiche non funzioneranno più con Windows XP.

Cosa cambia per le aziende
Nel mondo del business si registra il più alto tasso di panico che, giustificato o meno, va puntualizzato. La fine del supporto di Windows XP non coincide, in modo piuttosto curioso, con la fine del supporto esteso di Windows 2003 Server che continuerà ad essere mantenuto in vita dagli aggiornamenti fino all’estate del 2015. Correre a sostituire il sistema operativo dei PC per lasciare aperte ai malintenzionati le porte dei server appare cosa poco buona e saggia. Tuttavia il passaggio a Windows 8 potrebbe non essere del tutto indolore; il primo grosso limite del “post 8 aprile” è l’interfaccia grafica di Windows 8, tanto diversa da quella di XP: uno stravolgimento che può disorientare gli utenti meno avvezzi all’uso delle tecnologie. L’acquisto di nuovi PC ha comunque il merito di diminuire, almeno in linea teorica, i costi sostenuti per la manutenzione dei vecchi computer.

Cosa cambia per i privati
Gli utenti più smanettoni (come li chiama Google) hanno di certo già abbandonato XP da tempo e con buona regolarità cambiano personal computer, per loro quindi il problema non esiste; coloro i quali fanno un uso meno massiccio del PC (email, navigazione e un utilizzo minimo di Office) potrebbero non avvertire, sul breve periodo, la necessità di lasciarsi XP alle spalle. Anche per questi ultimi la strada appare però tracciata e, presto o tardi, dovranno arrendersi all’idea di migrare verso lidi informatici più moderni.

Cambiare o aggiornare?
Ad oggi è possibile acquistare un PC (fisso) con Windows 8 a partire da 300 euro circa. Chi possiede un PC con Windows XP deve, con ogni probabilità, sostituirne il disco fisso e aggiungere RAM, considerando che ad XP per funzionare ne bastano 512 MB e che per usare Windows 7 ne sono consigliati almeno 2 Giga (che diventano almeno 4 con Windows 8). Il costo di hard disk e RAM è piuttosto contenuto, si tratta di hardware che può essere acquistato con un centinaio d’euro. A questa somma (considerando il processore sufficientemente potente per ospitare un nuovo sistema operativo) vanno ad aggiungersi i 119 euro del sistema operativo.

Migrare i dati
Ma come migrare i dati dal vecchio al nuovo PC? Tra i diversi metodi esistenti, Microsoft mette a disposizione un tool gratuito che si fa carico di completare la migrazione.

In conclusione, attorno alla fine del supporto di XP si sta creando un caso come accadde nel 2000, con il famoso “millenium bug”, passato quasi in sordina. Sia chiaro, continuare ad usare XP non è esente da rischi, ma nulla si bloccherà a partire dal 9 aprile. E’ comunque giunto il momento di mandare definitivamente in pensione un sistema operativo di 12 anni fa.

Così è (fin troppo) facile

Muro di gomma dell’Autorità Regionale di Protezione 8 (ARP), uno degli organi ticinesi preposti, tra le altre cose, ad intervenire laddove – su richiesta di parte – vi siano tensioni nei rapporti tra coniugi divorziandi o ex coniugi.

A capo di ben due delle 18 ARP c’è Clarissa Torricelli, già richiamata all’ordine quando svolgeva il ruolo di Procuratore Pubblico, perché aveva dimenticato di fornire alla difesa delle informazioni di primaria importanza all’interno di un processo. Quando ha scelto di non ricandidarsi al ruolo di pubblica accusatrice la città di Lugano l’ha nominata a capo dell’ARP 8 e l’ARP 3, entrambe piuttosto tristemente note in Ticino a causa delle decisioni prese da chi la presiede e dal suo braccio destro, Daniela D’Ottavio del Priore, già balzata agli onori delle cronache, a sua volta, per avere visto casi di maltrattamenti su minori laddove è stato dimostrato non essercene nemmeno l’ombra.

Che, tra le diatribe tra genitori divorziati, ci sia una parte più scontenta dell’altra è una norma quasi standard, ciò non toglie che le istituzioni dovrebbero assumere posizioni assolutamente trasparenti, fosse solo per non esporsi a critiche che nulla hanno a che fare con gli scopi per i quali esistono. All’ARP 8 di Lugano così non è: una delle parti lese ha chiesto che le fossero comunicati i dati utili affinché, ad una specialista invocata dall’ARP 8, fosse consegnato un ordine di apparizione in tribunale, come persona informata dei fatti. Silenzio. L’ARP 8 si nasconde, non risponde, fa finta che nulla sia accaduto.

Il perché appare incomprensibile, tra i membri dell’ARP 8 e la specialista che dovrebbe comparire in tribunale non ci sono legami tali da mettere in discussione il lavoro svolto da quest’ultima. Oppure no? E se fosse questo il motivo per cui l’ARP 8 non risponde?

A Lugano hanno occhi e orecchie che funzionano male

Questo è un estratto di una telefonata che un padre svizzero ha fatto ai suoi figli il 30 maggio del 2013. Prima di potere parlare con i ragazzi la madre di questi ha voluto esprimere il proprio punto di vista.

E’ un chiaro caso di mobbing che le autorità svizzere hanno fatto di tutto per non vedere. Le “autorità svizzere” hanno un nome. Sono Clarissa Torricelli (celebre in Ticino per avere nascosto prove alla difesa quando era PM) e Daniela D’Ottavio del Priore, dell’ARP 8 di Lugano (leggi qui).

La registrazione è iniziata a telefonata già inoltrata, quando il padre si è stufato di subire gli attacchi irosi e coprolalici dell’ex moglie. Tutto si è svolto davanti ai bambini.

Diversi mesi prima l’ex moglie, sempre davanti ai bambini, per evitare le conseguenze di una telefonata simile, ha inventato di avere un testimone, un poliziotto (!), che però non risulta avere fornito la sua versione dei fatti. Anche in questo caso le autorità svizzere hanno chiuso entrambi gli occhi ed ambedue le orecchie.

Madre: Dici solo bugie

Padre: Quella che dice balle una dietro l’altra sei tu…

Madre: Io protocollo tutte le mie cose io metto tutto nero su bianco. Il tuo avvocato è sparito anche lui

Padre: Il mio avvocato è sparito anche lui?

Madre: Sì ti ha lasciato, ti ha mollato perché ti conosce, lo ha scritto alla Pretura

(NB: è stato il padre – documenti in mio possesso – a fare a meno dell’avvocato, per una serie di motivi che non verranno qui elencati perché del tutto ininfluenti)

Padre: Allora perché tu hai cambiato quattro avvocati?

Madre: Tu sei fuori di testa

Padre: Chi dice che sono fuori di testa?

Madre: Un certificato… Tanto a te dei tuoi figli non te ne frega niente

(La madre dei minori fa riferimento alla perizia Paltrinieri, svolta senza test diagnostici e ritenuta non accettabile dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia, cosa che le autorità svizzere hanno deciso di non considerare, tanto da basare le proprie decisioni sul lavoro svolto dalla psicologa)

Madre: Lo sanno tutti che sei matto, sono convinta la perizia l’hai pagata

(In questo caso la madre fa riferimento alla perizia cui il padre si è sottoposto, basata su diverse sedute presso una psicologa che gli ha somministrato diversi test il cui esito parla di assoluta normalità, ad eccezione di un accentuato stato d’ansia)

Padre: E io sono convinto del contrario, uno a uno palla al centro.

Madre: La verità deve arrivare da me!

(Salto questa parte della trascrizione, assai confusa, perché la donna urla parecchio)

La telefonata continua, il padre riesce finalmente a parlare coi figli ma il colloquio non viene qui trascritto per tutelare i minori. Si dirà solo che in un passaggio il figlio maggiore ritiene che il padre sia ricercato dalla polizia e che abbia pestato i piedi a qualche mafioso. Verità che – parole sue – gli sono state assicurate dalla madre.

(Mentre il padre parlava coi figli la madre, in sottofondo, urlava “fatti curare, tu sei malato in testa”)

Davanti ad una simile situazione le autorità svizzere fanno finta di niente. Diventa sempre più lecito pensare che questo ostruzionismo nasconda in realtà una preoccupante impreparazione di fondo.

L’inciviltà che porta alla moderazione

Il giornalismo è una missione. Come tale va esercitato con coscienza, passione e responsabilità. L’inciviltà di una commentatrice, il cui intervento potrebbe avere strascichi penali, mi costringe – contro il mio volere – a ricorrere alla moderazione degli interventi dei lettori.

Non sarebbe dovuto accadere, è una cosa che vivo come un grosso limite, un limite alla spontaneità, alla legittimità della collaborazione e della discussione civile tra chi scrive e chi legge. Come spesso succede, le colpe di pochi ricadono su tutti. Ed è un grosso peccato.

Ciò non ha però ripercussioni sulle indagini giornalistiche che sto  seguendo: se le autorità ticinesi e la signora Elena Paltrinieri hanno responsabilità, saranno gli organi competenti a stabilirlo. Qui potrete leggerne gli sviluppi.

Per avere risposte dalle autorità ticinesi è necessario muovere la magistratura italiana, oltre a segnalare alla Commissione europea la situazione, affinché vengano accertati eventuali abusi ed eventuali responsabilità. E questa, per il Cantone Ticino, è già una grossa sconfitta: dovere varcare il confine per dare risposte legittime ai cittadini è una situazione che merita più di una riflessione.

Intanto vi invito a continuare ad inviarmi email con le informazioni che ritenete importanti, come già state facendo. Saranno trattate, come sempre, nel pieno rispetto delle norme e della coscienza professionale.

Grazie a chi ha partecipato, a chi sta partecipando e a chi parteciperà. Le cose si possono cambiare.

Elena Paltrinieri ammonita dall’Ordine degli Psicologi

Un minimo di giustizia c’è. La dottoressa Elena Paltrinieri è stata ammonita dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia (OPL).

Il caso di Linda Greco (vedi qui) del quale si sono interessati anche “Le Iene” e del padre svizzero (vedi qui), hanno in comune la dottoressa Elena Paltrinieri, psicologa di Lissone sul cui operato si è chinato l’OPL, ammonendola ufficialmente limitatamente al secondo dei due casi qui elencati.

In attesa che la Procura si interessi del suo operato, vanno sottolineati alcuni aspetti che ancora non appaiono chiari:

1. nel caso del padre svizzero a cui è negato ogni contatto coi figli (anche telefonico), la dottoressa Elena Paltrinieri ancora non è in grado di dimostrare di avere parlato proprio con la persona che ha posto sotto esame. La perizia è stata fatta al telefono, potrebbe avere parlato con chiunque.

2. la telefonata grazie alla quale la signora è giunta ad una diagnosi, nel testo scritto dall’OPL diventano misteriosamente due

3. un comportamento corretto sarebbe stato quello di scrivere di non potere giungere a considerazioni riguardo al soggetto, poiché non ha avuto modo di vederlo di persona. In tale caso sarebbe toccato alle autorità svizzere prendere le dovute misure. Invece la dottoressa Paltrinieri ha deciso di lanciarsi in una diagnosi, ben sapendo che senza riscontri scientifici questa sarebbe potuta essere profondamente sbagliata. Infatti i diversi test scientifici a cui si è sottoposto il padre non mostrano nessuno squilibrio mentale.

4. i referti medici in mio possesso, firmati dalla la dottoressa Paltrinieri, sono pieni di considerazioni personali che non hanno niente a che vedere con la scienza e con le procedure in uso. Perché c’è chi – in Italia come in Svizzera – li ritiene attendibili?

5. nelle sue tesi difensive davanti all’OPL la dottoressa Paltrinieri dice che “ha accettato, per la prima volta nella sua esperienza professionale, di svolgere un colloquio telefonico”. Alle autorità chiedo espressamente di valutare oggettivamente questa teoria difensiva: un medico che diagnostica una malattia senza i dovuti esami può rifugiarsi dietro all’assenza di precedenti?

6. la dottoressa Paltrinieri sostiene anche di essersi basata sui racconti oggettivi fatti dalla moglie dell’uomo a cui nega di avere rapporti coi figli. Basta il racconto oggettivo di una parte (ovviamente) interessata? Anche su questo le autorità devono chinarsi e accertare il reale svolgimento dei fatti.

Questa vicenda potrebbe approdare nelle aule di tribunale. Qui leggerete tutti gli sviluppi.

Intanto, in Svizzera, tutto tace. Le autorità si nascondono dietro ad un silenzio che evidentemente ritengono sufficiente a difendere una posizione, la loro, indifendibile. Intanto emergono nuovi particolari con strascichi penali, dei quali potete leggere nei prossimi giorni.

Après la Suisse, la France. Prove generali di primavera europea (?)

Lo scorso 9 febbraio gli svizzeri hanno detto no alla libera circolazione con “l’iniziativa contro l’immigrazione di massa” promossa dall’UDC elvetica e appoggiata nel Cantone Ticino da Lega e Verdi. Il popolo ha espresso ciò che altri Paesi (questa volta membri UE) pensano e ancora non hanno detto. Vero, la votazione è passata per poco meno di 20mila schede favorevoli, è anche vero che non in tutti i Cantoni svizzeri l’emergenza è sentita nello stesso modo. Gli Stati periferici, quelli geograficamente prossimi ai Paesi confinanti avvertono tutta l’emergenza che l’immigrazione porta con sé. In Svizzera il tasso di popolazione straniera è del 23% (1,8milioni di persone) mentre in Italia gli stranieri censiti dall’ISTAT a fine 2012 erano 4,3milioni, in termini percentuali poco più del 7%. Vero che in Italia il numero di stranieri irregolari è certamente più alto di quanto non lo sia in Svizzera ma noi, in Italia, il fenomeno che vivono al di là del confine elvetico lo possiamo solo intuire. Fenomeno che va amplificato e contestualizzato: ad esempio, nel Cantone Ticino, dei 170mila posti di lavoro disponibili 60mila circa sono occupati da frontalieri, coloro che entrano in terra elvetica per lavorare ma vivono in Italia (tecnicamente in un’area compresa nei 30 chilometri dai valici). Vero anche che “stranieri” e “frontalieri” sono due cose diverse, i primi infatti risiedono nel Paese che li ospita ma con la votazione del 9 febbraio gli svizzeri costringono il Consiglio federale (il Governo) a ridisegnare gli accordi UE sulla libera circolazione, cosa che a Berna sono refrattari a fare e che pone in imbarazzo l’esecutivo elvetico vigente, piuttosto filo europeista. Una conseguenza più che probabile, oltre al contingentamento degli stranieri, sarà anche la limitazione del numero dei frontalieri. Ma tutto è ancora da scrivere e quindi aperto a diverse possibilità.

Questo lungo preambolo per introdurre il sondaggio fatto in Francia, raccolto dal portale elvetico “20 minuti” (in francese), laddove il 59% degli intervistati si dice d’accordo con il modello svizzero. Qui entriamo nel mondo delle probabilità: probabilmente anche da noi in Italia i sì sarebbero superiori ai no. Il razzismo non c’entra nulla.

Cosa ci insegna la Svizzera
La prima cosa è l’avere rimesso la chiesa al centro del villaggio. Il popolo elvetico vuole un limite alle circolazioni straniere in patria, sentimento diffuso che il Governo federale o non ha avvertito o ha fatto finta di non volere avvertire. Gli svizzeri hanno comunque ribadito che il Governo deve rappresentare il volere popolare e non perseguire politiche estranee a quelle che i cittadini vogliono. Tutto ciò va ribadito: in Italia una simile “rivoluzione silente, democratica e pacifica” la facciamo solo su Facebook.

Volere che l’assetto politico nazionale protegga la popolazione non ha nulla a che vedere né con la xenofobia né con il razzismo; questo alla Svizzera non può insegnarlo nessuno perché la presenza di stranieri ha contribuito alla sua fortuna economica durante la seconda metà del secolo scorso, ora i tempi sono cambiati e, ancora una volta, con il voto del 9 febbraio il popolo ha voluto salvaguardare quella sovranità elvetica che – stando alle urne – il Governo non ha saputo gestire. Sentimenti quali la sovranità popolare e nazionale noi italiani dobbiamo ancora impararli, siamo un Paese giovane che è stato unito ancora prima che si propagasse il concetto di “unità”.

Oltre a ciò la Svizzera spalanca le porte già aperte del malcontento che circola in Europa. L’UE pretende che gli Stati membri si assoggettino a logiche di più ampio respiro; cosa che sulla carta può essere ragionevole (anche se non sempre) ma che può esigere, appunto, con gli Stati membri nel cui elenco la Confederazione elvetica non è annoverata.

Ha ragione Blocher, ex Consigliere federale, che spiega in modo chiaro e semplice quali possibilità si presentano alla Svizzera.

Il malcontento dilaga un po’ ovunque, vuoi per la morsa dell’Euro, vuoi per il salvataggio delle banche, per un liberalismo economico che crea precarietà e arbitrarietà, oltre ad  una grave forma di analfabetismo politico. La Svizzera è corsa ai ripari, noi no.