Elena Paltrinieri – un esempio di informazione dal basso

Il post che ho pubblicato qualche tempo fa, in cui veniva citata la signora Elena Paltrinieri (cliccare qui per leggerlo), sta dando i suoi frutti. Mi stanno arrivando segnalazioni riguardo l’operato della psicologa la quale, stando almeno ai documenti in mio possesso, non sarebbe sempre stato impeccabile.

E’ importante che questo breve intervento venga fatto girare affinché possano essere raccolte altre testimonianza dirette.

Un click che può ridare speranza a figli e genitori distrutti.

Grazie

ARP 8 (Lugano), le istituzioni e il loro degrado

Quando si parla della Svizzera viene in mente un Paese armonico, di ricchezza, giustizia ed equità. Così non è. Al contrario le istituzioni, la cui esistenza è motivata dall’essere a disposizione dei cittadini, si comportano come giudici in terra al cospetto dei  quali occorre obbedire, inchinandosi, davanti ad ogni sorta di mostruosità.

Un caso emblematico: a tutela dei minori, a Lugano, esistono due istituzioni. Intervengono, tra le altre cose, nel caso in cui genitori divorziandi o divorziati, avessero recriminazioni che in qualche modo possono ledere la tranquillità dei figli. Posizione più che delicata che prevede, per essere degnamente trattata, altrettanta delicatezza. Doti per nulla chiare all’ ARP 8 (Autorità Regionale di Protezione 8) che prima impedisce ad un padre (sulla scorta di perizie fasulle) di avere un rapporto sano coi figli – rapporto che stando al più autorevole esperto di alienazione genitoriale è viziato dall’intervento della madre dei fanciulli – e poi, facendo leva sul fatto che i bambini si sentono emotivamente distanti dal padre, vieta ogni tipo di rapporto, foss’anche telefonico. Ognuno tragga le sue conclusioni.

La decisione – che il padre definisce “ridicola” – è stata presa da Clarissa Torricelli, ex PM capace di nascondere alla difesa prove determinanti a favore delle persone che portava a processo. I giudici hanno avuto modo di criticare aspramente l’operato della stessa e, a quanto si può evincere, per toglierla dalle aule del tribunale, si è deciso di posizionarla altrove (in questo caso all’ARP 8 di Lugano), comunque libera di prendere decisioni che, stando a quanto è stato possibile ricostruire, sono piuttosto discutibili.

Direte voi: ma qualcuno interviene, suvvia… la Svizzera è un Paese equo e libero…

No. Se ne lavano tutti le mani.

Ecco copia della lettera, opportunamente rivisitata affinché i nomi essenziali fossero omessi, che il padre ha inviato all’ARP 8 senza ricevere risposta. I tempi sono stretti, certo. Ma ho in mano copie di lettere inviate dal padre 5 anni fa a cui l’ARP 8 non ha ancora risposto. (Cinque anni, ovvero oltre 1.800 giorni, per NON rispondere a domande e richieste talmente facili che persino le leggi svizzere ritengono legittime).

20131120 – Stato salute bambini

Io credo nel futuro (e vi spiego perché)

“Io credo nel futuro e vi spiego perché”. Così chiosava Marco Zamperini pochi mesi fa.

Scanzonato, ironico, tagliente e leggero anche nel parlare di cose massicce, pesanti, non sempre di facile divulgazione.

Pochi giorni fa, al Maker Faire di Roma, lo fissavo e non ho avuto il coraggio di avvicinarmi per presentarmi e salutarlo. Lo so, lui era un uomo buono e gentile, con ogni probabilità mi avrebbe stretto la mano e avremmo scambiato due chiacchiere. Ma lui è un’istituzione e non me la sono sentita di piombare lì, ma avrei dovuto.

C’è un modo per stare vicini, in questo momento che lascia attoniti e tristi, alla sua famiglia. A sua moglie che ha avuto l’ingrato compito di dire alle figlie che papà non c’è più.

Il modo è questo, e non siate taccagni: http://www.retedeldono.it/in-memoria-di-marco-zamperini

C’è chi si sforza di dare ragione alla Fornero

Circa un anno fa, l’allora ministro Fornero aveva suggerito ai giovani di non essere troppo sichizzinosi, dando il via all’ormai noto “effetto choosy”. La stampa (e io stessa, per Il Sole 24 Ore) si è mossa per ascoltare le storie di quei giovani che, dopo anni di studi, si sono accontentati di fare lavori ben distanti da quelli per cui si sono formati. E non solo per portare un po’ di soldi a casa o nelle proprie tasche, perché tra questi ce ne sono di quelli che lavorano per un rimborso spese tanto simbolico da esigere le virgolette. In realtà l’affermazione della Fornero è stata così generale e così chiassosa che, a pensarci bene, ha suscitato lo scalpore di tutti, anche i giovani che schizzinosi lo sono, eccome.

Venerdì 27 settembre si è chiuso il TechCrunch, kermesse di primaria importanza per i nuovi imprenditori digitali. Ho avuto modo di parlare con giovani (spesso giovanissimi) che si sono messi in gioco: ricordo (senza fare nomi) un trentenne prossimo al matrimonio che, con la sua neo-azienda, aveva già raccolto 5milioni di euro di finanziamenti. Detto in modo spiccio: avere trent’anni e un debito di 5milioni sul groppone non è da tutti. Davanti a simili esempi le parole della Fornero dovrebbero essere riviste e corrette.

A fronte di questi – e non sono rari ma sono comunque pochi – esempi di intraprendenza e coraggio, ci si scontra con ragazzi che hanno sempre un motivo per tirarsi indietro: “se hai un’azienda in Italia gli investitori non ti considerano”. Falso. Al contrario gli investitori di tutto il mondo guardano con rinnovato interesse all’Europa e alle sue eccellenze, Italia inclusa. Oppure, ancora, “coi soldi per aprire una società ci faccio cose più necessarie e interessanti”. Bravo, anzi, bravissimo: fai così, al posto di spenderli per qualcosa di produttivo chiedi in famiglia che ti diano altrettanto denaro e vai a Bora Bora per due o tre mesi e, se ti ci trovi bene, restaci pure.

Il meglio, però, è la solita solfa della Srl semplificata. “A cosa serve” – mi hanno detto in  molti – “se poi non ho accesso ai finanziamenti?”. Certo, l’unico effetto positivo di avere una società è quello di accedere al credito.

Probabilmente la Fornero, prima di esternare la sua poco felice considerazione, non si è documentata fino in fondo e ha preso in analisi solo questi eterni rinunciatari.

Intanto, al TechCrunch, ha trionfato un’azienda italianissima (calabrese) formata da 3 giovani che hanno sacrificato tanto del proprio tempo libero e chissà quante altre risorse per dare vita ad un sistema di localizzazione per interni, dove il GPS tradizionale non funziona. GiPStech, la loro startup, ha vinto. Altri giovani, mentre non erano sul palco a mostrare il proprio progetto alla platea, si muovevano tra investitori, ospiti e curiosi distribuendo biglietti da visita e rispondendo alle domande. Nello stesso tempo, fuori, c’era il classico manipolo di giovani “pro-Fornero”.

 

Pinocchio nella pancia delle balene: Wikipedia è davvero tanto pedia?

Le balene sono ovviamente – e che io venga perdonata – Jimmy Wales, mentre ad alcuni autori di Wikipedia tocca il ruolo di Pinocchio. La strada dell’enciclopedia del sapere libero è costellata di grosse, se non grossissime, topiche. Il fenomeno è noto e antico, tanto è vero che Beppe Severgnini il quale lo ha magistralmente spiegato in due righe:  “la neutralità, e le reciproche obiezioni, spingono verso il minimo comun denominatore, e bisogna accontentarsi. Ma questo è inevitabile, e in fondo accadeva già con le enciclopedie tradizionali”. Vero, verissimo. Ma c’è dell’altro. Non rientrano nella categoria degli “inevitabili” certi episodi, vediamone alcuni.

Federica Pellegrini

Dopo una serie di non esaltanti prestazioni, sulla sua pagina si è potuto leggere: “si è ritirata dopo aver fatto schifo al c***o alle Olimpiadi di Londra“.  Il buontempone che si è preso la briga di correggerne il contenuto è stato sospeso un giorno (accidenti!) per avere violato le norme dell’enciclopedia ma ha fatto in tempo a comunicare a tutti le reali cause della disfatta sportiva della Pellegrini: “a forza di mangiare Pavesini, arriva quinta alla finale delle Olimpiadi, ma tanto che le frega, i milioni se li piglia lo stesso.” Al di là di schieramenti e personali convinzioni, su un’enciclopedia tradizionale queste perle non si sarebbero mai lette.

John Siegenthaler

Giornalista americano, classe 1927. Passerà alla storia per essere uno dei sostenitori più indefessi del Primo Emendamento e per avere ucciso il Presidente Kennedy, reato che Wikipedia gli ha addebitato per oltre 4 mesi.

The boss sucks

Mentre Springsteen si esibiva durante il Super Bowl del 2009, qualcuno ha cancellato la sua pagina Wikipedia, sostituendone il contenuto con un laconico “questa gente fa schifo“. Premio alla sintesi.

Puoi fare tutto ciò che voglio

Tom Jefferson, epidemiologo, sostiene che la pratica di inserire pubblicità di farmaci nelle pagine dedicate alla medicina è piuttosto diffusa e chi cerca di correggerne i contenuti viene bannato.

Questo è un tema piuttosto dibattuto: “l’enciclopedia fatta da tutti”, secondo diverse fonti, è in realtà controllata da un numero piuttosto ristretto di persone che decide cosa è attendibile e cosa non lo è. Una sorta di egemonia di contenuti travestita da “peer review”.

Umberto Eco

Lo scrittore ha rinunciato a correggere gli errori riportati sulla pagina Wikipedia a lui dedicata: ogni qualvolta ci mette mano gli errori ricompaiono nel giro di pochi minuti. Il compito lo ha lasciato ad alcuni perseveranti amici.

Philip Roth non è attendibile

Lo scrittore americano svela un retroscena bizzarro e imbarazzante: dopo essersi accorto che la pagina dedicata a “La macchina umana“, libro che gli è valso il Pulitzer conteneva un errore, ha deciso di chiedere a Wikipedia di apportare le dovute modifiche che sono state negate poiché la richiesta perveniva da una fonte non attendibile.

Casi leggeri di morte

Secondo Wikipedia Ted Kennedy è venuto a mancare durante l’insediamento di Obama alla Casa Bianca, in realtà è morto qualche mese dopo. Amedeo Minghi è morto il 20 novembre del 2009, anche lui oggi sta benissimo. Stessa sorte è toccata a Miley Cyrus, investita da un pirata della strada nel lontano 2008 e che, nonostante tutto, continua a sfornare dischi orribili.

Wikipedia non è l’enciclopedia di tutti, non è del tutto attendibile, non è libera e, soprattutto, è gestita da clan regionali che decidono chi è attendibile e chi no.

Usarla va bene, ma fidarsi del tutto no. Mancano quei controlli effettuati da esperti che, invece, le enciclopedie tradizionali, riescono ancora a garantire.

Startup, la boiata del “puntare sulle neo-aziende per rilanciare l’economia” (l’Italia non è Israele)

Sottotitolo: l’Italia non è Israele e, se andiamo avanti di questo passo, non lo sarà mai.

Prologo: il “decreto crescita” è arrivato 9 mesi e 25 anni in ritardo.

Le “microimprese”, quelle che hanno da 1 a 9 dipendenti sono 3,6 milioni; le piccole e medie aziende sono invece 3,8 milioni: insieme sono la spina dorsale dell’economia italiana. Le grandi aziende invece sono 3.200 circa, rappresentano lo 0,1% del totale e – in virtù del loro ampio business – impiegano il 20% della popolazione attiva e realizzano un terzo del fatturato globale.

Le PMI italiane danno lavoro a 12,2 milioni di persone e fatturano 418miliardi di euro.

Questo il quadro che, fornito dalla UE o, meglio, da Small Business Act for Europe, rende l’Italia  il Paese europeo con il maggior numero di PMI. Terreno fertile, se non fertilissimo, per fare crescere il seme dell’imprenditorialità che viene però relegato a tema di bassa priorità.

USA e Israele hanno capito decenni fa ciò che oggi i nostri ministri appena intuiscono: “puntare sulle idee innovative per rilanciare l’economia”. Il lieve scarto temporale con cui abbiamo afferrato il concetto non è l’unica differenza: America e Israele hanno messo in pratica, da noi stiamo ancora recitando la frase allo specchio; prove generali per fare bella figura al TG ma, come spesso accade, tutto si ferma lì. E nemmeno un tessuto aziendale come il nostro è di sprone: lo dimostra il “decreto crescita” che, secondo i più, è arrivato con 9 mesi in ritardo ma, a pensarci bene, doveva arrivare agli inizi degli anni ’90: un parto talmente lento da fare diventare iper-prolifici elefanti e salamandre nere.

Ora, però… la lezione l’abbiamo capita! No. Non è vero: e non ci sono indici che lasciano supporre una futura comprensione del problema. Le startup israeliane prolificano perché, da decenni, la cosa pubblica e quella privata collaborano per coltivare e valutare talenti. Negli USA il crowdfunding è stato regolamentato nel 2012 ma è una pura formalità: la prima forma di finanziamento dal basso risale al 1884; nello stesso anno a Pancalieri (Piemonte) veniva fondata la congregazione delle Povere Figlie di San Gaetano (!). Siamo ancora figlie, povere, ma veneriamo San Gennaro. Insomma è cambiato poco.

In tempi più recenti, siamo nel 1997, i fan dei Marillion (quelli di Fugazi, tanto per intenderci) hanno raccolto 60mila dollari per organizzare un tour in America di Fish e soci: la campagna è stata fatta sulla Rete. Sembra una bit-colletta, è crowdfunding. Da quel momento in poi i Marillon hanno usato lo stesso metodo per produrre gran parte dei loro album, iniziando dal 2001.

Kickstarter, la piattaforma di finanziamento dal basso più famosa al mondo è arrivata nel 2009, un secolo dopo ArtistShare (2000), Pledgie e Sellaband (2006), tanto per citarne alcune. Kickstarter è la più nota, ma non la prima piattaforma di crowdfunding. Obama, nel 2012, ha regolamentato qualcosa che c’era da tempo.

Anche noi, nel 2013, abbiamo regolamentato il crowdfunding: ehi! siamo arrivati quasi insieme agli USA. Male. Anzi, malissimo: noi abbiamo bisogno di regolamentarlo, gli USA no, lo usavano già da anni. Insomma, il nostro è stato un matrimonio riparatore, mentre gli USA mamma e papà si sono sposati che i figli erano già all’università. E il nostro regolamento è assolutamente perfettibile. (Leggasi: va perfezionato perché così potrebbe non servire a granché).

Quindi Israele e USA, da tempo immemore, si sono adoperate per dare una chance a quegli imprenditori che accettano la sfida dell’avviare un’attività. Hanno capito che i privati e lo Stato devono collaborare, hanno seguito forme diverse di co-operazione ma lo hanno fatto con risultati davanti agli occhi di tutti.

Aprire un’attività è una cosa da camicia di forza: tanto rischio, tanto lavoro, tante notti insonni per mettere in tasca i primi – spesso miseri – frutti. E’ ovvio che chi accetta una simile condizione vada coadiuvato.

Ad eccezione della Sardegna che, ormai da anni, stabilisce contatti con i privati per facilitare l’ingresso sul mercato delle giovani aziende, le altre Regioni, al di là di due concorsi dotati di poche migliaia di euro di premio, aspettano e ascoltano i soliti noti che, in posa, guardano le telecamere e dicono “occorre puntare sulle idee innovative per rilanciare l’economia”.

Licia Colò da’ del somaro ad Einstein

… come se Paperino desse dello sfigato a Gastone. “Alle falde del Kilimangiaro”, puntata del 25 agosto 2013. L’edizione estiva dell’ormai famosa trasmissione di Rai 3 prevede un leitmotiv, una domanda per dare spunto a discussioni e riflessioni. In questo caso la domanda è stata: cosa direste a vostro figlio se andasse male a scuola”? A supporto della domanda gli autori hanno pensato bene di rispolverare una vecchia pagella di Albert Einstein.

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La pagella risale al “periodo svizzero” del giovane Albert, ciò che sfugge agli autori, alla conduttrice e agli ospiti è che in Svizzera il voto massimo conseguibile è 6 e non 10.

Il resoconto scolastico di Einstein, pieno di 6, 5, qualche 4 (la sufficienza) e un 3 (in francese) è certamente perfettibile ma non lo si può paragonare ad un disastro come invece è stato fatto durante la trasmissione, tanto è vero che Licia Colò ad un certo punto esclama “non dovevamo farla vedere”, convinti di avere fatto credere ai telespettatori che si può diventare Einstein anche andando male a scuola.

Tra gli ospiti c’era anche Antonio Caprarica, bravo se non addirittura bravissimo giornalista, per anni inviato nella City dalla quale ha ereditato un self control e una classe di vittoriana memoria. Per Mr. Caprarica la pagella è un “invito a non studiare”.

Per carità, l’Italia ha ben altro a cui pensare, ciò non toglie che la figura sia stata magra e barbina.

 

 

Italiani gente di Mauritania

Le coste della Mauritania sono ricchissime di pesce. Ma i mauri neri (gli haratin) non ne mangiano perché hanno paura di diventare muti, appunto, come un pesce. E ciò vale, ovviamente, anche nei periodi di insicurezza alimentare.

Vista da fuori, questa situazione, assume tinte di paradosso. Ma non è colpa del Presidente Moulaye Ould Laghdaf.

Va detto, ancora prima di causare i malumori o gli entusiasmi di chi legge, che su queste sponde Berlusconi risulta simpatico come la rosolia.

L’Italia vista dal di fuori non è diversa da come noi possiamo vedere la Mauritania, perché in quanto a controsensi non siamo da meno.

Graziella Pellegrini, italianissima, grazie al suo lavoro rida’ la vista a centinaia di persone, usando le cellule staminali epiteliali adulte. Non se la fila nessuno. Ogni anno arrivano persone dall’estero, quasi un pellegrinaggio e tutti si affidano alle mani della professoressa e del team del quale fa parte. Fuori dall’Italia è conosciutissima, in Italia no. Anni fa ho avuto modo di intervistarla, mi diceva che un noto quotidiano italiano aveva scritto un articolo su quanto fossero bravi gli inglesi con le staminali, senza sapere che lo sono anche a Modena.

Facebook ha rilevato, lo scorso luglio, Monoidics, azienda che ha creato un software capace di scovare bug in altri software. Zuckerberg ha espresso parole di elogio per il lavoro svolto dalla giovane azienda alla cui vita hanno preso parte due italiani: Cristiano Calcagno e Dino Distefano. I due non hanno lasciato l’Italia per raggiungere Londra, erano già lì. Fa male, vero? In Italia non li ha considerati nessuno tanto è vero che Distefano è stato scartato alle selezioni per un dottorato a Pisa.

Uno tra i treni a levitazione magnetica più avanzati è stato progettato all’Università Dell’Aquila. Lo sanno i governi australiano, russo e persino quello brasiliano. Tutti tranne quello italiano: l’UAQ4, treno capace di toccare i 600 chilometri orari, non verrà neppure propagandato all’Expo 2015 di Milano, al contrario di quanto si pensava di fare.

Mara Branzanti (26 anni!) si è aggiudicata una borsa di studio offerta da Google e il suo lavoro formerà un tassello del sistema GPS Galileo, con il quale l’Europa e l’ESA intendono staccarsi definitivamente dai satelliti ospiti. Lei è ancora in Italia, è una dottoranda, ma è conscia del fatto che il suo futuro sarà all’estero.

Tutto ciò (e molto altro ancora) ci rende agli occhi del mondo nello stesso modo in cui la Mauritania può apparire ai nostri occhi. La politica, il commercio e le relazioni con l’estero non sono per forza minate solo dai nostri politici.

La credibilità dell’Italia all’estero non è minata solo da Berlusconi, dai bunga bunga e dalle “culone inchiavabili”. E’ minata anche dagli italiani.

Patente a punti per magistrati, giudici, dipendenti statali, parastatali (e affini)

Può, in una società evoluta, un giudice fare una serie di errori tali da condizionare (a volte in modo difficilmente riparabile) la vita di una persona? Può.

Ed è proprio perché può che esiste  il concetto di “responsabilità civile”, in questo caso e per esteso, “responsabilità civile del magistrato”.

L’articolo 2043 del codice civile italiano prevede che, chiunque causi ingiustamente un danno, è chiamato a risarcirlo. In questo caso il pronome indefinito “chiunque” significa “tutti tranne magistrati, dipendenti statali, parastatali e affini” (tanto per disturbare il buon Giorgio Gaber). Parliamo soprattutto dei primi, i magistrati. Devono sottostare anch’essi al citato articolo di legge che, a loro, si applica però con dubbia elasticità. Può essere considerata una situazione anomala, quella del magistrato che, fosse perennemente esposto alla paura di sbagliare, lavorerebbe certamente male creando non pochi dissesti a tutto l’apparato giuridico e giudiziario. Ed è una regola generale che si estende a chi presta la propria opera in seno a tutti i poteri dello Stato.

Questo significa che il magistrato può causare tutti i danni che vuole senza subire le conseguenze delle sue azioni? Sì.

Stiamo calmi e ragioniamo (se Gaber fosse vivo lo chiamerebbe stalking): per non compromettere la funzione del giudice questo può compiere errori titanici senza rischio alcuno per la propria carriera? Sono due cose più che separate, sono assolutamente inconciliabili.

In Italia i magistrati agiscono all’interno di una bolla giuridica che ne limita le responsabilità. Ma nessuno si lamenti (troppo). Negli Stati Uniti il giudice è decisamente “untouchable”; da noi invece – se del caso – lo Stato può rivalersi in un secondo momento sul giudice (con tutta una serie di distinguo e di limiti).

Si può ovviare a tutto questo, come avviene del resto in tutti gli altri ambiti e come dovrebbe avvenire in tutti quei paesi che si fregiano di essere democratici, liberi e civili: la “patente” a punti.

Ad ogni errore macroscopico compiuto da un giudice (laddove anche la semplice negligenza è comprovabile) gli vengono sottratti, dal totale vergine, dei punti. Esattamente come accade per la patente di guida. Quando un giudice giunge al di sotto di un terzo dei punti totali (cosa che indica una particolare predilezione all’errore), viene destinato per un periodo di tempo ad altra occupazione e, nel frattempo, lo Stato investe delle risorse per formare meglio quell’uomo che, dotato di martelletto, ovviamente ha bisogno di essere (ri)educato alle procedure civili e penali.

Facile, attuabile, perfettibile ma (credo e spero) condivisibile. Ad una soluzione tutto sommato pratica si è preferita quella barbarie che risponde al nome di “Legge Vassalli” (Legge 117/1998). Il testo di legge prevede che vengano puniti i gravi doli e la denegata giustizia, entrambe cose mediamente difficili da provare. In questo caso l’avverbio è letterale: difficilissima da provare la prima, più facile la seconda.

Che tutti i Vassalli del mondo pensino come meglio credono. Fino a prova contraria serve una patente a punti.

Quella volta che Bill Gates ha avuto ragione

Correva il 1995 quando Bill Gates, all’epoca 40enne, diede alle stampe il libro “The road ahead”, tradotto un anno dopo in italiano e pubblicato con il meno incisivo titolo de “La strada che porta a domani“. La penetrazione della Rete, all’epoca, superava di poco la decina di milioni di computer connessi, era ancora appannaggio della comunità scientifica o delle unità governative e il primo browser (Mosaic) aveva visto la luce solo due anni prima.

Fare previsioni sullo sviluppo di Internet, all’epoca, era sì relativamente facile ma ciò non escludeva la possibilità di fare errori. Bill Gates, nel suo libro, ipotizzava un mondo personale, il quotidiano di ognuno di noi, gestito da un unico terminale. Non dichiarava la fine della radio, della TV, dei quotidiani ma un radicale cambiamento delle abitudini che avrebbe lasciato spazio ad un nuovo modo di informarsi, ascoltare la radio o guardare la TV.

Nessuno (o pochi), avrebbe detto fino a qualche mese fa che l’autostrada di domani avrebbe tratto le sue origini da una piattaforma creata per “restare in contatto con le persone della tua vita”. Attenzione: le previsioni sono tutte profetiche ma a scoppio ritardato; se ad inizio degli anni ’80 qualcuno avesse ipotizzato la caduta del Muro di Berlino o se, ad inizio anni 2000 qualcuno avesse ipotizzato la caduta libera di imperi quali quello dell’automobile e il fallimento di Detroit, questi profeti sarebbero stati prelevati con tanto di camicia di forza.

Torniamo a noi. Che differenza c’è tra Bill Gates e Mark Zuckerberg? Il primo ha ipotizzato, in tempi non sospetti, che avremmo fatto la spesa, comprato libri, prenotato biglietti per viaggi o eventi via internet, il secondo lo fa. Non lui, ovviamente, ma quel colosso che ha sede a Menlo Park e che è il frutto del lavoro di ben 4.600 dipendenti.

Forse non lo sappiamo o non ce ne rendiamo conto, ma siamo già in viaggio sull’autostrada disegnata da Gates e siamo in parecchi: settecento milioni di persone. Sì, i profili Facebook sono 1,15 miliardi ma vanno considerati i doppi account, quelli decisamente finti o abbandonati e le pagine aziendali o di fan che decurtano questo altisonante numero di circa il 25% fino ad arrivare a 699milioni di utenti attivi (819milioni tenendo conto di chi si connette da device mobile), un numero comunque più che impressionante.

Da oggi, negli USA, Facebook offre la possibilità di prenotare un posto in quei ristoranti che hanno una pagina aziendale sul social network. E Bill Gates va in vantaggio di un punto.

Se consideriamo (e questo solo relativamente a Facebook) che le applicazioni (di varia natura) sono 10milioni, che sono 240 i miliardi di foto condivise, 110milioni le canzoni condivise, 250milioni le persone che passano parte del proprio tempo libero giocando… Bill Gates va in vantaggio di diversi punti.

Se a tutto ciò aggiungiamo che, in media, ogni utente passa 8,3 ore al mese su Facebook e che gli inserzionisti sono ormai un milione e il numero di interazioni tra aziende e clienti è in costante crescita, Bill Gates fa gol a valanga.

Ultima (ma non per ultima) considerazione: Facebook ha le casse piene, grazie anche all’IPO che le ha permesso di rastrellare liquidità. Cosa ne farà di tutti questi denari? Li investirà per fare crescere il buffer di servizi offerti. E’ quindi presumibile la creazione di applicazioni (a pagamento) per la diffusione di contenuti audio e video. E anche questi servizi si estenderanno, permettendo a chi vorrà di non andare al cinema ma di consumare sul proprio divano la visione di un film trasmesso nelle sale cinematografiche. Lo stesso dicasi per l’acquisto di libri, musica, viaggi…

Bill Gates un goleador? Piuttosto il contrario: grande fornitore di assist, a realizzare ci pensa Zuckerberg.

L’arteria principale dell’autostrada è costruita, ora mancano quelle ramificazioni che conducono gli utenti a soddisfare qualsiasi loro bisogno.

Un’idea di business: aprite un negozio di alimentari con consegna a domicilio che permetta agli utenti Facebook di trasmettervi la lista della spesa.

Domanda: perché Microsoft ha snobbato questo (enorme) potenziale?