Startup, la boiata del “puntare sulle neo-aziende per rilanciare l’economia” (l’Italia non è Israele)

Sottotitolo: l’Italia non è Israele e, se andiamo avanti di questo passo, non lo sarà mai.

Prologo: il “decreto crescita” è arrivato 9 mesi e 25 anni in ritardo.

Le “microimprese”, quelle che hanno da 1 a 9 dipendenti sono 3,6 milioni; le piccole e medie aziende sono invece 3,8 milioni: insieme sono la spina dorsale dell’economia italiana. Le grandi aziende invece sono 3.200 circa, rappresentano lo 0,1% del totale e – in virtù del loro ampio business – impiegano il 20% della popolazione attiva e realizzano un terzo del fatturato globale.

Le PMI italiane danno lavoro a 12,2 milioni di persone e fatturano 418miliardi di euro.

Questo il quadro che, fornito dalla UE o, meglio, da Small Business Act for Europe, rende l’Italia  il Paese europeo con il maggior numero di PMI. Terreno fertile, se non fertilissimo, per fare crescere il seme dell’imprenditorialità che viene però relegato a tema di bassa priorità.

USA e Israele hanno capito decenni fa ciò che oggi i nostri ministri appena intuiscono: “puntare sulle idee innovative per rilanciare l’economia”. Il lieve scarto temporale con cui abbiamo afferrato il concetto non è l’unica differenza: America e Israele hanno messo in pratica, da noi stiamo ancora recitando la frase allo specchio; prove generali per fare bella figura al TG ma, come spesso accade, tutto si ferma lì. E nemmeno un tessuto aziendale come il nostro è di sprone: lo dimostra il “decreto crescita” che, secondo i più, è arrivato con 9 mesi in ritardo ma, a pensarci bene, doveva arrivare agli inizi degli anni ’90: un parto talmente lento da fare diventare iper-prolifici elefanti e salamandre nere.

Ora, però… la lezione l’abbiamo capita! No. Non è vero: e non ci sono indici che lasciano supporre una futura comprensione del problema. Le startup israeliane prolificano perché, da decenni, la cosa pubblica e quella privata collaborano per coltivare e valutare talenti. Negli USA il crowdfunding è stato regolamentato nel 2012 ma è una pura formalità: la prima forma di finanziamento dal basso risale al 1884; nello stesso anno a Pancalieri (Piemonte) veniva fondata la congregazione delle Povere Figlie di San Gaetano (!). Siamo ancora figlie, povere, ma veneriamo San Gennaro. Insomma è cambiato poco.

In tempi più recenti, siamo nel 1997, i fan dei Marillion (quelli di Fugazi, tanto per intenderci) hanno raccolto 60mila dollari per organizzare un tour in America di Fish e soci: la campagna è stata fatta sulla Rete. Sembra una bit-colletta, è crowdfunding. Da quel momento in poi i Marillon hanno usato lo stesso metodo per produrre gran parte dei loro album, iniziando dal 2001.

Kickstarter, la piattaforma di finanziamento dal basso più famosa al mondo è arrivata nel 2009, un secolo dopo ArtistShare (2000), Pledgie e Sellaband (2006), tanto per citarne alcune. Kickstarter è la più nota, ma non la prima piattaforma di crowdfunding. Obama, nel 2012, ha regolamentato qualcosa che c’era da tempo.

Anche noi, nel 2013, abbiamo regolamentato il crowdfunding: ehi! siamo arrivati quasi insieme agli USA. Male. Anzi, malissimo: noi abbiamo bisogno di regolamentarlo, gli USA no, lo usavano già da anni. Insomma, il nostro è stato un matrimonio riparatore, mentre gli USA mamma e papà si sono sposati che i figli erano già all’università. E il nostro regolamento è assolutamente perfettibile. (Leggasi: va perfezionato perché così potrebbe non servire a granché).

Quindi Israele e USA, da tempo immemore, si sono adoperate per dare una chance a quegli imprenditori che accettano la sfida dell’avviare un’attività. Hanno capito che i privati e lo Stato devono collaborare, hanno seguito forme diverse di co-operazione ma lo hanno fatto con risultati davanti agli occhi di tutti.

Aprire un’attività è una cosa da camicia di forza: tanto rischio, tanto lavoro, tante notti insonni per mettere in tasca i primi – spesso miseri – frutti. E’ ovvio che chi accetta una simile condizione vada coadiuvato.

Ad eccezione della Sardegna che, ormai da anni, stabilisce contatti con i privati per facilitare l’ingresso sul mercato delle giovani aziende, le altre Regioni, al di là di due concorsi dotati di poche migliaia di euro di premio, aspettano e ascoltano i soliti noti che, in posa, guardano le telecamere e dicono “occorre puntare sulle idee innovative per rilanciare l’economia”.

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