Ecologia leghista

I fallimenti di Norman Gobbi mettono a rischio tutti. Qui non si tratta di essere filo-leghisti o di non esserlo. Il mondo cambia e il futuro che stiamo preparando sarà una proiezione di come lo immaginiamo, partendo dall’interpretazione che diamo al presente. L’operato di Norman Gobbi è al di sotto delle attese imposte dalla situazione odierna. Lo raccontano i suoi fallimenti nei panni di direttore del Dipartimento delle istituzioni.

Non sorvoliamo sulle Autorità Regionali di Protezione (ARP), altre istituzioni in cui ognuno fa quello che vuole, al riparo dalle conseguenze

Non è interessante l’apparente legame tra Poli e la criminalità organizzata e non è affatto giusto mischiare la sua militanza leghista con il partito di Via Monte Boglia. Le cose interessanti sono due, la prima più spendibile e che copre una vasta corrente di pensiero. Gobbi deve dimettersi e non c’entrano nulla Beltraminelli e l’EOC, così come non c’entra niente Lisa Bosia Mirra.

Tra l’altro, da qualche parte nel mondo ci sono padri e madri che tutte le sere mettono nelle loro preghiere una signora di cui non sanno il nome e che, in modo illegale e assumendosi un rischio grosso, gli ha riportato un figlio. Dall’altra parte – fino a qualche giorno fa – c’erano dipendenti pubblici che si chiedevano cosa avrebbero fatto del denaro incassato per avere venduto permessi a chi non ha i requisiti per ottenerne uno.

La seconda cosa rilevante è una domanda che nessuno si è fatto (quindi, forse, è una domanda stupida): questi signori che hanno ottenuto un permesso, perché non lo hanno chiesto altrove? I funzionari sono corruttibili ovunque… perché in Svizzera? Cosa volevano fare? Quali piani avevano?

C’è in gioco la sicurezza di tutti. Abbiamo imparato che c’è una nuova forma di terrorismo, meno eclatante di quella che ha colpito Madrid, Londra o New York. Quella di Berlino, quella di Nizza, quella di Parigi, quella secondo cui basta un uomo solo per colpire e lasciare segni meno teatrali ma non meno indelebili.

La politica della chiusura dei confini non impedisce alla criminalità organizzata di muoversi e agire. La prevenzione del crimine si fa con l’intelligence sul territorio, con la tecnologia e con le collaborazioni internazionali. Come si coniuga tutto ciò con la politica restrittiva di Gobbi che non risparmia frecciatine all’Italia? Non è questione di torto o ragione, ma se hai bisogno del tuo vicino di casa molto probabilmente non gli farai notare, con tono a metà tra il perentorio e lo sfottò, che è deficitario nei tuoi confronti. Si chiama diplomazia ed è parte integrante della politica.

La politica che deve proteggervi non è in grado di farlo. E non se ne assume nessuna responsabilità, inanellando un fallimento dietro l’altro, dando peraltro un’immagine distorta del proprio operato, scaricando sugli altri le proprie responsabilità, contando sulla parte meno preparata e più acritica del popolo. Gli istituti e quelle istituzioni che dovrebbero essere un passo avanti nella lotta al crimine, in realtà sono disallineate dalla realtà.

Fallimenti che sono figli delle interpretazioni che i ticinesi danno alle opportunità perse dal ministro: esempio è la fiera di San Provino nel 2015, quando i poliziotti hanno arrestato un uomo e Gobbi è salito subito sul carro del vincitore incensando (e autoincensandosi) le forze dell’ordine. Ecco cosa ha detto in quell’occasione il ministro: “a San Provino non c’è stato solo il salame e la mortadella del Milko Valsangiacomo, ma anche caccia e ladri, con i poliziotti cantonali e comunali che fermano un ladro ricercato anche in Italia!” . L’operazione di polizia però, come ha sottolineato il Corriere del Ticino, si è rivelata un tantino sproporzionata. Il famigerato Arsenio Lupin è un disabile e non un ladro.

Un errore perdonabile, quello degli agenti. Un errore imperdonabile quello di Gobbi il quale, prima di lasciarsi andare in autorevoli e ridicoli proclama, avrebbe dovuto apprezzare la situazione nel suo insieme. Così dovrebbe fare un ministro.

Sorvoliamo sul complesso sistema di intelligence e sicurezza messo in piedi da Norman Gobbi per il recente festival del film di Locarno, un assetto anti-terrorismo che non ha fermato l’unico “ribelle”, un ubriaco.

Sorvoliamo anche sui bambini dell’Ecuador, perché l’argomento – per quanto importante – ce lo lasciamo alle spalle augurando alla famiglia espulsa di avere trovato maggiore fortuna altrove. Non sorvoliamo invece sullo sgambetto che Gobbi ha fatto al suo collega accusandolo di non avere interpellato il governo prima di inviare a Berna la revisione dell’ordinanza radiotelevisiva, salvo poi ritornare su suoi passi  chiedendo scusa per Sms. Atteggiamento non accettabile: accuse pubbliche sui media e scuse private per messaggino. Accusare pubblicamente di essere stato scavalcato, a sua volta scavalcando il normale iter di interazione all’interno del governo, con l’aggravante di avere preso una cantonata, per poi chiedere scusa in sordina.

Non sorvoliamo sulla forzatura della ragione relativa ai permessi B (dimora) e G (frontalieri) negati dall’introduzione della richiesta del casellario giudiziale: ben 64 permessi rifiutati, tuona Gobbi con maestoso orgoglio.

Una bufala, non il numero, quanto il modo in cui viene riportato. Le domande esaminate sono state 40.703, 40.353 delle quali non hanno posto nessun problema (il 99,14%). In 350 casi (0,86%) si è dovuto procedere ad un esame più approfondito che ha portato al respingimento di 64 domande (circa lo 0,16%).

Oggi, dopo avere ululato che “è stato un errore assumere un italiano all’Ufficio permessi” , questa misura puzza di dozzinalità: gli italiani tutti camorristi con precedenti penali (nell’inchiesta non ci sono solo italiani). Un fatto è certo: quei 64 permessi negati non hanno generato 64 posti di lavoro in più per i residenti.

Possiamo però assolvere Gobbi perché lui e la matematica hanno palesato già più di un’incomprensione. Un anno fa, infatti, alcuni militari ticinesi stanziati a Davos per garantire la sicurezza al World Economic Forum (Wef) sono stati pizzicati in possesso di cocaina o positivi all’uso della cannabis. Un caso che ha fatto sorridere il The Guardian, il The Indipendent e la BBC e che Gobbi ha tentato di minimizzare parlando di numeri minimi, di casi isolati. Sono stati controllati 30 militi, 12 dei quali sono stati colti in flagrante. 12 su 30 è il 40%, nulla di cui preoccuparsi. Lo 0,16% dei permessi sono un successo. Esaltare i presunti successi e minimizzare gli insuccessi, questa è la tattica che, ovviamente per quanto riguarda i 12 militi, ha garantito l’uso del pugno duro.

Non sorvoliamo sulle Autorità Regionali di Protezione (ARP), altre istituzioni in cui ognuno fa quello che vuole, al riparo dalle conseguenze che tanto non ci sono perché la magistratura è perfettibile e perché l’organo di vigilanza è forse meno capace delle ARP stesse. Anche in questo caso il ministro fa cadere su altri le responsabilità, in virtù della separazione dei poteri instaurata dal 2013. Gobbi però è stato eletto al Consiglio di Stato nel 2011 e ha evitato di porsi problemi che avrebbero scoperchiato un putiferio, evitando così di tutelare quelle centinaia di cittadini (anche svizzeri da generazioni e quindi “non rigommati” ) la cui vita è stata rovinata dalle ARP.

“Alle Istituzioni decido solo io” (Norman Gobbi)

Non sorvoliamo neppure sulla diatriba con la magistratura, durante la quale Gobbi dice tutto e il contrario di tutto.

C’è un’ultima questione, una sorta di strumento di riflessione in offerta speciale a quei lettori che sono arrivati fino a qui: nel 2011 il Tribunale federale (pagina 23 del rapporto) ha deciso che chi è in grado di pulire la cache del proprio personal computer e non lo fa, è punibile per ciò di illegale che eventualmente ha visto in rete.

La legge è legge, dirà qualcuno, magari gli stessi che si dicono dispiaciuti per le espulsioni degli stranieri che hanno bisogno dell’aiuto dello stato e vengono invece allontananti da coniugi e figli.

Allora dobbiamo considerare l’aggravante secondo cui Norman Gobbi, che si autodefinisce interessato “al contatto con la gente, alla risoluzione di problemi e all’organizzazione ed al coordinamento di attività e nuclei operativi” , pure avendo la preparazione necessaria, non è riuscito a correggere negli anni una falla nel sistema di verifica che mette a rischio tutti. C’è un’altra aggravante, ovvero l’uso imbarazzante delle congiunzioni, ma questo lo scrivo solo per stemperare un po’.

Il Ticino ha bisogno di fermarsi a riflettere e di ripartire.

Gobbi deve dimettersi (se davvero ama il Ticino)

Il caso è chiaro a tutti. Alcuni funzionari cantonali corrotti hanno rilasciato permessi aggirando le norme.

Sui social, fabbrica e spaccio di pensieri e derive sconclusionate, si è letto di tutto un po’: c’è chi sostiene con fermezza che Gobbi non debba dimettersi perché altrimenti i docenti pedofili dovrebbero portare alle dimissioni di Bertoli. A parte il fatto che due cose sbagliate non ne fanno una giusta, è opportuno considerare che quando emergono storie di poliziotti poco inclini al loro dovere, nessuno chiede le dimissioni di Gobbi. Qui non si tratta di fare di tutta l’erba un fascio o tracciare parallelismi pericolosi se non addirittura stupidi. In questo caso la gravità è immensa.

Per non perdere di vista l’essenziale va ribadito che Norman Gobbi è stato eletto dal popolo (ticinese) come rappresentante dei cittadini e del Ticino. Ha assunto la direzione del Dipartimento delle istituzioni, compendio di uffici e poteri attraverso i quali esercitare le funzioni per cui il popolo sovrano lo ha eletto. Da qui, siamo tutti d’accordo, non si scappa.

La crociata di Gobbi per richiedere il casellario giudiziale agli stranieri che presentano una domanda di permesso non va giudicata: può piacere o non piacere ma il ministro ha fatto ciò che ha ritenuto giusto, nel merito della ratio tra ciò che sa fare e ciò che può umanamente fare, e sarà il popolo sovrano a tirare le somme del suo operato. Una misura che diventa ridicola alla luce dei fatti appena emersi, resa ancora più ridicola dal ministro il quale, ai media, ha fatto sapere di essere furioso. Come se avesse ricevuto una coltellata alle spalle, una coltellata che lui stesso ha permesso che gli venisse inferta.

Tocca al direttore creare procedure di controllo laddove non ce ne sono, tocca al direttore migliorare le procedure esistenti, partendo dal presupposto che tutto è perfettibile. Tocca al direttore sedersi, ogni tanto, e fare autocritica. La politica del chiudere la stalla una volta che i buoi sono scappati non ha mai pagato e non si capisce per quale motivo dovrebbe farlo ora. Questa, in qualsiasi modo la si legga, è una forma di incapacità.

La facilità con cui questi signori hanno rilasciato permessi mostra che non ci sono procedure, all’interno degli uffici diretti da Gobbi, per la verifica dell’operato di chi copre ruoli delicati. Ognuno fa quello che vuole, come vuole e quando vuole. Il signor Gobbi siede su quella poltrona da due legislature: cosa ci vuole fare credere, che è colpa della gestione precedente? Così fosse, perché non ha corretto il tiro? In modo dispersivo e anche un po’ cialtrone, il ministro ha subito puntato il dito contro gli italiani (“è stato un errore assumere un italiano…”). No, signor ministro, è stato un errore lasciare buchi procedurali immensi, di cui lei è il solo responsabile.

Questa faccenda fa acqua da tutte le parti: Sollecito ha avuto un permesso (2013), Pulice ha avuto un permesso, quanti altri “non degni” ne hanno avuto uno? Il caso Pulice è decisamente più interessante ed è uno dei motivi per cui Gobbi deve dimettersi: ancora a novembre (perdio!) Gobbi sosteneva che non vi fosse un “permessogate”, nonostante Elio Romano, pm di Catanzaro che segue la costola italiana delle procedure penali a carico di Pulice, ritenesse quest’ultimo attendibile. Insomma, un pm esperto di mafia che conosce bene Gennaro Pulice lancia l’allarme, Gobbi fa finta di niente.

Però, quando si tratta di flussi migratori, Gobbi va a Roma a chiedere informazioni, suggerimenti e aiuto.

La verità che sembra emergere è questa: quando si tratta di chiudere i confini e di esercitare il proprio potere, allora la collaborazione con l’Italia è preziosa, quando la patata è bollente e mette in forse le istituzioni, allora gli italiani non sono affidabili.

Emerge anche un’incapacità sistemica di gestire il proprio dipartimento, che fa acqua da tutte le parti, anche perché Gobbi scarica responsabilità al posto di prendersele. Lo dimostra il fatto che ancora non si è dimesso.

Al netto delle boutade, delle frasi senza senso a cui il ministro ci ha abituato, cosa ha fatto il ministro per non ricoprire di ridicolo il Ticino? Questo signore voleva andare al Consiglio federale! Ma in virtù di quale capacità? A me piace(va) tanto il ciclismo, non per questo mi ritengo in grado di fare il Tour de France.

Ora, se il ministro Gobbi comprende che in due legislature non ha portato a casa un risultato apprezzabile, se comprende che la sua gestione così spaccona verso l’esterno e così limitata tra i muri del DI non è compatibile con l’interesse dei ticinesi e del Ticino, allora è doveroso fare un passo indietro affinché il Cantone ne faccia uno in avanti.

Se Gobbi ama il Ticino lo deve lasciare libero.

Apparso su “Gas, quello che in Ticino non ti dicono” il 12/02/2017

Ministro Gobbi, giù la maschera

È passata in sordina la notizia secondo cui il direttore del Dipartimento delle istituzioni ha istituito una task force per tutelare i dipendenti pubblici dal crescente numero di minacce a cui sarebbero sottoposti dalle utenze.

Fino a qui assolutamente nulla da eccepire. I dipendenti pubblici vanno tutelati, al pari di qualsiasi altra persona. La violenza, anche quella verbale, è esecrabile. Su questo siamo tutti d’accordo. Le eccezioni nascono a iosa quando si pensa al modo in cui le istituzioni interagiscono con i cittadini, ad alcuni dei quali vengono persino negati i diritti più elementari.

Questo non è un trattato contro i dipendenti pubblici tra i quali – giova ricordarlo – ci sono persone che riversano passione in ciò che fanno e si sentono (giustamente) orgogliosi di fare parte di un sistema che sa dare ottimi risultati.

Pensare invece che i cittadini siano tutti matti e che possano scagliarsi senza motivo contro la cosa pubblica è pericoloso per diversi motivi. Il primo è che l’introduzione di una task force è un passo pesante, una spallata energica ad una porta e che in genere, quando questa cede sotto il peso delle spinte, ne segue un’irruzione.

Se la task force non dovesse essere sufficiente, quale sarebbe il passo a seguire? Veicoli blindati per ogni dipendente minacciato? Scorta armata per gli spostamenti casa-ufficio? Uno scenario da guerra civile a cui solo una profonda impreparazione politica può prestare il fianco.

La task force a tutela dei dipendenti pubblici può assumere senso solo dopo che la task force a tutela dei cittadini bistrattati dalle istituzioni ha fallito miseramente. Ma a tutela dei cittadini non c’è nessuno.

Senza entrare troppo nel dettaglio ho letto un rapporto scritto da un’istituzione ticinese in cui veniva sminuita la figura professionale di un medico che sedeva in Gran consiglio, anch’egli membro delle istituzioni. Quindi, il lettore mi perdoni la ridondanza di termini, siamo al punto in cui le istituzioni si coprono di ridicolo screditando altre istituzioni nel tentativo di nascondere i propri errori.

E no, l’assetto giudiziario non si dimostra efficace, ho letto anche dei verbali in cui un pretore prendeva in giro un cittadino, consigliandogli di rivolgersi all’Onu. Ho letto lo strazio di un uomo che chiedeva di vedere i nipoti prima di morire, lettera rimasta morta sulla scrivania del funzionario statale che se ne sarebbe dovuto occupare.

Proprio in queste ore un cittadino svizzero dimenticato dallo Stato ha chiesto a Bellinzona di essere ricevuto. Inutile dire che nessuno gli ha risposto. Ho sentito con le mie orecchie dipendenti pubblici sbeffeggiare cittadini, alcuni in modo pesantissimo.

Tempo fa proprio lei, onorevole, mi ha detto di essere disponibile al dialogo.

L’anno scorso le ho chiesto di partecipare ad un dibattito pubblico e lei ha declinato. Qualche mese fa ho rinnovato l’invito e lei non ha risposto. Ora lo faccio di nuovo: una serata informativa aperta al pubblico durante la quale lei esporrà il suo punto di vista, i suoi dati e le sue opinioni e durante la quale potrà spiegare perché c’è bisogno dell’AViMPAS, perché ci sono cittadini rimasti intrappolati nella macchina istituzionale che si autoassolve e dorme sonni tranquilli e, infine, potrà anche spiegare perché nel 2013 il giudice Villa le ha ricordato che il mondo non è esattamente come lei lo dipinge.

Onorevole, dovrebbe tutelare in primis il popolo che ha scelto di rappresentare. E non sono solo i dipendenti pubblici ad avere votato per lei.

Apparso su “Gas, quello che in Ticino non ti dicono” 11/01/2017

E se creassimo impiego, invece di piangerci addosso?

Credo sia giunto il momento di guardare avanti, perché la politica ticinese non sta sfornando soluzioni valide né, tanto meno, è in grado di pianificare il futuro.

Non ho nessuna intenzione di rispolverare i numeri sull’impiego, sul sottoimpiego e sulla disoccupazione. Sono numeri che, in Ticino, hanno pochissimo valore perché oltre ad essere imbellettati, gli ammortizzatori sociali aggiungono lustrini capaci di brillare al buio. Una volta tolti trucco e paillettes, resta soltanto il buio.

La lotta al frontalierato è inutile, così come è inutile ‘Prima i nostri’. Sono due indicatori del caos politico e istituzionale, più concentrato ad accaparrarsi voti che a rendersi utile.

La poca propensione degli organi politici, e qui il riferimento non si ferma solo ai poteri legislativo ed esecutivo, alla pianificazione è spettrale. Parlano di “scelte poco popolari” riuscendo a rendere ancora più banali concetti poveri e iperinflazionati. La questione qui non è incontrare o meno il favore del popolo ma gestire una situazione delicata senza arrampicarsi sui muri. Albi, elenchi, registri, tasse, lotte e ‘Prima i nostri’ non servono a niente. E servono ancora meno se chi urla contro il frontaliere è il primo che si fa infinocchiare da un imprenditore che crea centinaia di posti di lavoro per tutti, tranne per i residenti. Non si può fare un torto al comune di Chiasso, al sindaco o alla Pantani: sono tutti figli di una pessima preparazione politica che pesava meno quando le cose andavano meglio e, ora, è diventata quella zavorra che impedisce al Ticino di mettere le ali.

Rendetevi conto che il Ticino è un posto (uno dei tanti) in cui chi critica viene messo al bando, in cui se osi contestare vieni tacciato di essere pazzo e in cui non mancano poliziotti poco ligi al dovere, giudici non irreprensibili ma, soprattutto, rendetevi conto che chi va a urlare a Berna rivendicando più peso per il Ticino, arriva senza merci di scambio e, soprattutto, sono gli stessi che al momento di tirare fuori gli attributi votano contro gli interessi dei ticinesi. Fino a quando non vi renderete conto che due decenni di Lega vi hanno ridotto con le pezze al culo, allora meritate la pochezza politico-istituzionale che vi sta affossando. E se qualcuno si sente offeso, allora si attacchi a Google e cerchi, al di là della stupida e piatta propaganda, quali iniziative e soluzioni sono uscite da Via Monte Boglia. Se il risultato si avvicina a zero non prendetevela con me.

‘Prima i nostri’ va cestinata. Perché non è controllabile (qual è la procedura per essere certi che un datore di lavoro abbia scandagliato il mercato del lavoro locale prima di assumere non residenti?) e perché non è applicabile. Un imprenditore sano di mente, se dovesse rispondere a imposizioni nell’assumere personale, chiuderebbe, senza neppure il bisogno delocalizzare fuori dall’Europa. Basterebbe spostarsi nel Canton Grigioni.

Ma, allora, cosa si può fare? La prima cosa è tirare una linea netta su quel che fu e concentrarsi su quello che sarà. In Ticino c’è una legge, la LInn, che è stata fatta più che male. Perché è piovuta dall’alto senza tenere conto delle reali esigenze del mercato, dell’innovazione e della mentalità che serve a farla proliferare. Questo è un altro male: mentre in Italia (la tanto odiata Italia) il governo ha chiesto a Diego Piacentini (numero due di Amazon) di guidare la crescita del digitale, in Ticino l’innovazione viene affidata a commissioni che ne sanno meno di pochissimo. C’è dell’altro… Renzi è riuscito a farsi prestare Piacentini gratis e il patron di Amazon, Jeff Bezos, ha pure ringraziato il premier. Un prestito “in virtù degli ottimi rapporti con l’Italia”. I politici ticinesi pubblicano sui propri canali social le foto della Stabio-Arcisate, ridendo della pochezza italiana. Ora qualcuno dirà che sono risate ben spese e non fa una piega, però non contribuisce a creare buoni rapporti.

Lo scorso luglio sono stata in Israele dove è stata inaugurata la partnership tra una società italiana e il governo israeliano per aiutare chi ha buone idee ad incubarle/accelerarle al fine di trasformarle in prodotti spendibili sul mercato. Qualche mese fa ho letto un thread su Facebook che parlava di questo argomento, un webete luganese rispondeva più o meno così: “ah, io questi incubatori li conosco benissimo, si fanno pagare per farti lavorare”. Ora, chiunque ha finito la terza asilo senza dovere ripetere l’anno capisce che “pagare per lavorare” è una coglionata. In realtà gli incubatori e gli acceleratori, ma qui il discorso è vario, investono un po’ di denaro nelle aziende che creano in cambio di una parte del capitale azionario. Uno dei tanti motivi per cui spingeranno sul mercato le imprese che hanno fatto nascere.

Ho parlato delle tante opportunità offerte dal Ticino e davanti alla possibilità di trasferircisi a patto di assumere solo personale residente, con un occhio aperto sui disoccupati e sui rapporti con Supsi e USI, nessuno ha avuto niente da obiettare, davanti ad un’imposizione fiscale del 20-22%, cioè quella naturalmente applicata alle aziende.

Incubatori, acceleratori e investitori hanno creato in Europa, negli ultimi 5 anni, più di 300mila posti di lavoro, per lo più in aziende che investono miliardi in ricerca e fanno miliardi di fatturato. Aziende che applicano politiche salariali degne e mettono i collaboratori al centro di numerosi benefit.

È successo in tutta Europa, tranne in Ticino. Perché mentre altrove si guardava al futuro, la politica e le istituzioni ticinesi facevano la caccia alle streghe con il passaporto italiano.

Fatevene una ragione. È soltanto colpa vostra se al governo avete gente che vi prende per i fondelli e proliferano quelli che “si fanno pagare per farti lavorare”.

La chiave per rilanciare economia e occupazione è una nuova imprenditoria, non quella vecchia. Ma chi in Ticino si dà da fare per promuoverne cultura e diffusione, è supportato malissimo da tutto il Palazzo.

 

Apparso su “Gas, quello che in Ticino non ti dicono” 4/12/2016

Il rottamaio del giornalismo e le idiozie di Trump

Ci risiamo. Ed è grave per almeno tre motivi: il primo è l’indottrinamento astratto dei fedelissimi, quelli che, fosse possibile, lascerebbero istruzioni per votare Lega anche dopo la morte. Quelli che leggono il mattinonline e la domenica corrono verso la cassetta verde (quelli che ne prendono qualche copia in più per portarle ai vicini, credendo di fargli un favore e, magari, invece le usano come lettiere per i gatti). Il secondo motivo è lo svuotamento strutturale del Ticino, lasciando credere al popolo acritico che lo ha rovinato il partitume, precludendo alla terra più bella del mondo di sfruttare le innumerevoli possibilità che ha. Se guardi l’abisso, l’abisso ti guarda. Dovrebbe essere questa la tag-line del giornale di Via Monte Boglia.

Il terzo motivo è l’incancrenirsi del giornalismo, quello fatto comment il faut.

Di strafalcioni culturali e annichilimenti intellettuali il Mattino ne offre a sacchi. L’ultima, inaccettabile da ogni punto di vista, risale a domenica ed è il rilancio dell’ennesima puttanata proferita dal presidente americano eletto Donald Trump. Il tycoon ha sostenuto, in una lunga intervista alla Cbs, che costruirà il muro con il Messico (!) e che vuole espellere dal paese 2-3 milioni di stranieri con precedenti penali (!).

L’articolo o, meglio, la lapide al giornalismo è qui, su archive.is, perché questi signori non meritano nemmeno qualche click in più. Il pezzone da antologia titola “Trump fa sul serio: sì al muro con il Messico. E subito via 3 milioni di clandestini”.

Ora, i media di tutto il mondo hanno rilanciato le farneticazioni di Trump ma il Mattino ha fatto di peggio, perché se un sultano dell’Oman dicesse pubblicamente che il suo autista marocchino non gli piace, il giornalone della Lega titolerebbe qualcosa tipo: “fuori i magrebini dall’Oman, anche i sultani si sono svegliati!!!!”. Prendere una farneticazione e storpiarla senza usare il cervello, mettendo cacca nella testa del lettore, è proprio inaccettabile. Il Mattino prende una notizia impossibile e la usa per caricare d’odio e risentimento il fucile delle cazzate.

Peccato non avere a disposizione una risorsa web tramite la quale soddisfare le proprie curiosità e trovare risposte attendibili ufficiali… chessò… un motore di ricerca con un nome ispirato alla matematica, qualcosa tipo Google.

Perché se ci fosse un ipotetico motore di ricerca, che chiameremo Google, si sarebbe scoperto che negli Usa ci sono 11 milioni di clandestini (fonte PewResearchCenter) e che cacciarne 3 milioni sembra per lo meno utopico, servirebbe un rastrellamento che risale ad altre epoche.

Se questa semplice costatazione non fosse bastata (e, infatti, non basta), sempre facendo ricorso a questo ipotetico Google che qualche giorno qualcuno inventerà, si sarebbe potuto visitare l’ipotetico sito dell’Immigrazione americana, strumento più valido delle scellerate ipotesi dei giornalisti di via Monte Boglia, strumento che un professionista avrebbe dovuto consultare per scoprire che, nel periodo dal 2008 al 2015 si è proceduto all’espulsione di 2,8 milioni di clandestini. In 8 anni ne sono stati espulsi meno di quanti vorrebbe espellerne Trump nei prossimi 4 anni. Ciò conferma l’impossibilità di mantenere la promessa a meno che non venga attuato un vero e proprio rastrellamento, considerando che i clandestini costretti a lasciare il paese sono, di norma, quelli che le autorità hanno intercettato nel corso di indagini e non di certo frutto di una battuta di caccia porta a porta.

Un giornalista serio lo avrebbe specificato, limitandosi a rilanciare la notizia, senza usarla per dimostrare che anche Trump vuole alzare muri e cacciare gli stranieri.

Sono tre le cose che non accadranno: il muro si farà, verranno espulsi 2-3 milioni di clandestini, il Mattino diventerà un giornale.

Apparso su “Gas, quello che in Ticino non ti dicono” 16/11/2016

Gobbi, la smetta di prendersi in giro

Norman Gobbi è stato dal Papa. Bene. Notizia assolutamente insignificante. Anche il peggior uomo del mondo può chiedere un’udienza, perché non Norman Gobbi?

Quello che invece Gobbi non può fare è continuare a mentire a tutti, compreso se stesso.

Se non altro almeno ora siamo tutti certi che l’indipendenza Lega dei Ticinesi-Mattino non è vera. Perché per rispondere alle critiche che gli sono state mosse, il Ministro, ha scelto proprio di rivolgersi alla redazione di Via Monte Boglia.

Nella sua lunga e accorata lettera, il Direttore del DI sostiene che la sua visita in Vaticano sia stata criticata dai suoi avversari politici. Prima bugia. Ne hanno riso in molti, soprattutto persone che con la politica non hanno nulla a che fare.

Sono un uomo buono, ho cuore e sentimenti”, continua Gobbi. E poi via con le statistiche ‘alla leghista’, quelle senza fonte e senza citazione. Che Gobbi abbia la delicatezza che si auto-attribuisce lo si capisce dalla disinvoltura con cui si concede all’aritmetica, sfoderando percentuali e numeri. Le persone sono percentuali, numeri, frazioni e dividendi. Bene. Ne prendiamo atto.

Poi sostiene di essersi speso davanti alle autorità federali per difendere i “casi umani”, ma la stampa cattivona non dà il giusto spazio a queste botte di altruismo.

E qui si comincia a mostrare una certa insofferenza alla correttezza e alla sincerità: la stampa non dà neppure spazio agli strazi che le istituzioni (quelle che Gobbi dirige) infliggono alle famiglie. Non dà spazio al modo in cui una banda di individui senza sensibilità scherniscono anziani, applicano leggi senza logica e si spingono persino a non rispondere per anni ai cittadini.

Un paio di anni fa ho avuto uno scambio di email con Gobbi invitandolo persino a un pubblico dibattito, al quale ovviamente non ha voluto prendere parte.

In compenso, tanto per continuare a mentire, ha sostenuto che lui non potesse fare niente per intervenire nei casi “umanitari” generati dalle istituzioni che dirige perché, nel caso specifico delle Autorità Regionali di Protezione, sono i comuni che le ospitano ad avere pieno potere su queste. Eppure Gobbi sa bene che in uno scambio di email con l’ufficio giuridico del Comune di Lugano è emerso il contrario. Questa è una bugia detta da uno che sa di mentire e se ne frega.

Non c’è bisogno di scomodare il penoso caso dei bambini ecuadoriani, perché ci sono centinaia di cittadini ticinesi la cui vita è stata dilaniata senza motivo. Persino un uomo di 74 anni che ha lottato come un leone per potere vedere un’ultima volta i nipoti, in attesa che le istituzioni rispondessero alle sue richieste. È morto nell’indifferenza generale anche di quell’omone buono che usa la stampa amica per restituire di sé un’immagine completamente discosta da quella reale.

Ma, onorevole Gobbi, con queste sue uscite auto-promozionali, chi vuole prendere in giro? La parte più acritica del suo elettorato non la metterà mai in discussione, quella che non voterebbe per lei neppure sotto tortura non crede a ciò che dice e non sarà un meccanismo autoincensante a farle cambiare idea. Quindi rimane solo una possibilità: lei mente a se stesso.

Lei stesso in passato ha detto di essere sempre aperto allo scambio costruttivo. Però poi al momento giusto si sottrae, declinando ogni invito, e si nasconde dietro alla separazione dei poteri che sì, è vero, è in vigore dal 2013. Ma non c’è traccia del suo impegno antecedente a tale data.

Ora la invito di nuovo, questa volta pubblicamente, ad uno scambio costruttivo aperto al pubblico. Facciamo vedere ai ticinesi quanto è buono e sincero, oppure anche questa volta si limiterà a farmi dare della scema dal Mattino della Domenica, così staccato e distante dal partito in cui milita?

Apparso (senza link) su “Gas, quello che in Ticino non ti dicono” l’11/10/2016

Lasciate perdere il crocifisso

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Foto: images.fineartamerica.com

Non c’è nulla da fare. Sono passati mesi dall’ultima sterile polemica sul crocifisso. Qualcuno dice che va tolto perché offende le altre religioni, qualcuno dice che va tenuto per lo stesso motivo.

Come spesso accade ci si impantana sull’aspetto meno importante di una discussione e la volontà di avere ragione violenta la natura del problema.

Crocifisso sì o crocifisso no? La risposta più immediata è crocifisso sì, e questo perché chi crede ha il diritto di vederlo alle pareti delle scuole, delle case e dei ritrovi e chi non crede non dovrebbe provare nessun fastidio nel vederlo.

Ma se il crocifisso diventa spartiacque tra “noi” e “loro”, beh… allora va ripetuto il banale concetto secondo cui, chi davvero crede nel crocifisso e nel messaggio che contiene e trasmette, dovrebbe accettare “loro” proprio perché è il cristianesimo che lo chiede.

Imbarazzante quel manipolo di tizi che su Facebook hanno commentato: “sì, ma anche Gesù si è arrabbiato coi mercati nel tempio”. Non c’entra veramente nulla e comunque non ha mai impedito che vi entrassero.

Il Vangelo secondo Matteo (21-12) recita: “Gesù entrò poi nel tempio e scacciò tutti quelli che vi trovò a comprare e a vendere; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe”.

Il versetto però non finisce qui, c’è l’ultimo pezzetto (ignorato o volutamente omesso dai più) in cui Gesù richiama all’antico testamento. “La Scrittura dice: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera ma voi ne fate una spelonca di ladri”.

Chi si affanna a difendere il crocifisso ignora che Matteo narra di un Gesù arrabbiato con gli uomini che mercanteggiavano e non si sarebbe mai arrabbiato con gli stessi individui se si fossero raccolti in preghiera.

In altre parole, i difensori indefessi del crocifisso dovrebbero anche essere sostenitori accaniti del diritto di entrare nel tempio senza riserve, salvo poi riconoscere quelli che non meritano di accedervi.

Ma i “loro”, i migranti e i disperati, i “noi” preferiscono lasciarli morire sulle barche, sputare sulla vita umana, gioire quando qualcuno chiude i confini (e quindi l’accesso a qualsiasi tempio) senza dare peso al fatto che ciò non coincide con uno dei messaggi che il crocifisso rappresenta.

Neppure Dio avrebbe turlupinato se stesso, distorcendo uno dei pilastri del cristianesimo per soggiogarlo alla comodità dei propri punti di vista. Dio no, ma qualche uomo povero di spirito è disposto a sostituirlo sì.

Quindi, chi pensa che “loro” non hanno diritto di esprimersi sul crocifisso, sappia che è proprio in virtù di questo che hanno diritto di parola.

Nel Vangelo secondo Luca l’episodio del tempo è narrato con maggiore approfondimento tant’è che l’evangelista va ben oltre (19-47 e 48). “Ogni giorno insegnava nel tempio. I sommi sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo perire e così anche i notabili del popolo; ma non sapevano come fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue parole”.

E chi fa del crocifisso l’emblema della perdita di valori indotta dall’immigrazione, dalle parole di chi pende? Come si può pretendere di conservare un dogma religioso se si è i primi a stuprarlo?