Lasciate perdere il crocifisso

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Foto: images.fineartamerica.com

Non c’è nulla da fare. Sono passati mesi dall’ultima sterile polemica sul crocifisso. Qualcuno dice che va tolto perché offende le altre religioni, qualcuno dice che va tenuto per lo stesso motivo.

Come spesso accade ci si impantana sull’aspetto meno importante di una discussione e la volontà di avere ragione violenta la natura del problema.

Crocifisso sì o crocifisso no? La risposta più immediata è crocifisso sì, e questo perché chi crede ha il diritto di vederlo alle pareti delle scuole, delle case e dei ritrovi e chi non crede non dovrebbe provare nessun fastidio nel vederlo.

Ma se il crocifisso diventa spartiacque tra “noi” e “loro”, beh… allora va ripetuto il banale concetto secondo cui, chi davvero crede nel crocifisso e nel messaggio che contiene e trasmette, dovrebbe accettare “loro” proprio perché è il cristianesimo che lo chiede.

Imbarazzante quel manipolo di tizi che su Facebook hanno commentato: “sì, ma anche Gesù si è arrabbiato coi mercati nel tempio”. Non c’entra veramente nulla e comunque non ha mai impedito che vi entrassero.

Il Vangelo secondo Matteo (21-12) recita: “Gesù entrò poi nel tempio e scacciò tutti quelli che vi trovò a comprare e a vendere; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe”.

Il versetto però non finisce qui, c’è l’ultimo pezzetto (ignorato o volutamente omesso dai più) in cui Gesù richiama all’antico testamento. “La Scrittura dice: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera ma voi ne fate una spelonca di ladri”.

Chi si affanna a difendere il crocifisso ignora che Matteo narra di un Gesù arrabbiato con gli uomini che mercanteggiavano e non si sarebbe mai arrabbiato con gli stessi individui se si fossero raccolti in preghiera.

In altre parole, i difensori indefessi del crocifisso dovrebbero anche essere sostenitori accaniti del diritto di entrare nel tempio senza riserve, salvo poi riconoscere quelli che non meritano di accedervi.

Ma i “loro”, i migranti e i disperati, i “noi” preferiscono lasciarli morire sulle barche, sputare sulla vita umana, gioire quando qualcuno chiude i confini (e quindi l’accesso a qualsiasi tempio) senza dare peso al fatto che ciò non coincide con uno dei messaggi che il crocifisso rappresenta.

Neppure Dio avrebbe turlupinato se stesso, distorcendo uno dei pilastri del cristianesimo per soggiogarlo alla comodità dei propri punti di vista. Dio no, ma qualche uomo povero di spirito è disposto a sostituirlo sì.

Quindi, chi pensa che “loro” non hanno diritto di esprimersi sul crocifisso, sappia che è proprio in virtù di questo che hanno diritto di parola.

Nel Vangelo secondo Luca l’episodio del tempo è narrato con maggiore approfondimento tant’è che l’evangelista va ben oltre (19-47 e 48). “Ogni giorno insegnava nel tempio. I sommi sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo perire e così anche i notabili del popolo; ma non sapevano come fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue parole”.

E chi fa del crocifisso l’emblema della perdita di valori indotta dall’immigrazione, dalle parole di chi pende? Come si può pretendere di conservare un dogma religioso se si è i primi a stuprarlo?

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