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Gobbi deve dimettersi (se davvero ama il Ticino)

Il caso è chiaro a tutti. Alcuni funzionari cantonali corrotti hanno rilasciato permessi aggirando le norme.

Sui social, fabbrica e spaccio di pensieri e derive sconclusionate, si è letto di tutto un po’: c’è chi sostiene con fermezza che Gobbi non debba dimettersi perché altrimenti i docenti pedofili dovrebbero portare alle dimissioni di Bertoli. A parte il fatto che due cose sbagliate non ne fanno una giusta, è opportuno considerare che quando emergono storie di poliziotti poco inclini al loro dovere, nessuno chiede le dimissioni di Gobbi. Qui non si tratta di fare di tutta l’erba un fascio o tracciare parallelismi pericolosi se non addirittura stupidi. In questo caso la gravità è immensa.

Per non perdere di vista l’essenziale va ribadito che Norman Gobbi è stato eletto dal popolo (ticinese) come rappresentante dei cittadini e del Ticino. Ha assunto la direzione del Dipartimento delle istituzioni, compendio di uffici e poteri attraverso i quali esercitare le funzioni per cui il popolo sovrano lo ha eletto. Da qui, siamo tutti d’accordo, non si scappa.

La crociata di Gobbi per richiedere il casellario giudiziale agli stranieri che presentano una domanda di permesso non va giudicata: può piacere o non piacere ma il ministro ha fatto ciò che ha ritenuto giusto, nel merito della ratio tra ciò che sa fare e ciò che può umanamente fare, e sarà il popolo sovrano a tirare le somme del suo operato. Una misura che diventa ridicola alla luce dei fatti appena emersi, resa ancora più ridicola dal ministro il quale, ai media, ha fatto sapere di essere furioso. Come se avesse ricevuto una coltellata alle spalle, una coltellata che lui stesso ha permesso che gli venisse inferta.

Tocca al direttore creare procedure di controllo laddove non ce ne sono, tocca al direttore migliorare le procedure esistenti, partendo dal presupposto che tutto è perfettibile. Tocca al direttore sedersi, ogni tanto, e fare autocritica. La politica del chiudere la stalla una volta che i buoi sono scappati non ha mai pagato e non si capisce per quale motivo dovrebbe farlo ora. Questa, in qualsiasi modo la si legga, è una forma di incapacità.

La facilità con cui questi signori hanno rilasciato permessi mostra che non ci sono procedure, all’interno degli uffici diretti da Gobbi, per la verifica dell’operato di chi copre ruoli delicati. Ognuno fa quello che vuole, come vuole e quando vuole. Il signor Gobbi siede su quella poltrona da due legislature: cosa ci vuole fare credere, che è colpa della gestione precedente? Così fosse, perché non ha corretto il tiro? In modo dispersivo e anche un po’ cialtrone, il ministro ha subito puntato il dito contro gli italiani (“è stato un errore assumere un italiano…”). No, signor ministro, è stato un errore lasciare buchi procedurali immensi, di cui lei è il solo responsabile.

Questa faccenda fa acqua da tutte le parti: Sollecito ha avuto un permesso (2013), Pulice ha avuto un permesso, quanti altri “non degni” ne hanno avuto uno? Il caso Pulice è decisamente più interessante ed è uno dei motivi per cui Gobbi deve dimettersi: ancora a novembre (perdio!) Gobbi sosteneva che non vi fosse un “permessogate”, nonostante Elio Romano, pm di Catanzaro che segue la costola italiana delle procedure penali a carico di Pulice, ritenesse quest’ultimo attendibile. Insomma, un pm esperto di mafia che conosce bene Gennaro Pulice lancia l’allarme, Gobbi fa finta di niente.

Però, quando si tratta di flussi migratori, Gobbi va a Roma a chiedere informazioni, suggerimenti e aiuto.

La verità che sembra emergere è questa: quando si tratta di chiudere i confini e di esercitare il proprio potere, allora la collaborazione con l’Italia è preziosa, quando la patata è bollente e mette in forse le istituzioni, allora gli italiani non sono affidabili.

Emerge anche un’incapacità sistemica di gestire il proprio dipartimento, che fa acqua da tutte le parti, anche perché Gobbi scarica responsabilità al posto di prendersele. Lo dimostra il fatto che ancora non si è dimesso.

Al netto delle boutade, delle frasi senza senso a cui il ministro ci ha abituato, cosa ha fatto il ministro per non ricoprire di ridicolo il Ticino? Questo signore voleva andare al Consiglio federale! Ma in virtù di quale capacità? A me piace(va) tanto il ciclismo, non per questo mi ritengo in grado di fare il Tour de France.

Ora, se il ministro Gobbi comprende che in due legislature non ha portato a casa un risultato apprezzabile, se comprende che la sua gestione così spaccona verso l’esterno e così limitata tra i muri del DI non è compatibile con l’interesse dei ticinesi e del Ticino, allora è doveroso fare un passo indietro affinché il Cantone ne faccia uno in avanti.

Se Gobbi ama il Ticino lo deve lasciare libero.

Apparso su “Gas, quello che in Ticino non ti dicono” il 12/02/2017

Lega deciditi, o sei complottista o sei garantista

La Lega è garantista o complottista? In Via Monte Boglia devono prendere una decisione, ne va della credibilità di tutto il partito.

Torniamo un attimo sul caso Bosia Mirra. Ha sbagliato, lo sa, non lo ha mai negato, pagherà. Il concertone mediatico avviato dalla Lega e dal suo organo di stampa è stato impietoso e pietoso. Scritto male (come al solito), ha toccato punti di elevata illogicità (come al solito) e si è concluso con un nulla di fatto (come al solito).

Per la Lega la signora Bosia Mirra è colpevole ancora prima che si sia giunti a sentenza. E chi crede che una condanna sia scontata dovrebbe leggersi i trattati e gli accordi sovranazionali che la Svizzera ha ratificato, oltre al codice penale che prevede anche la riduzione o l’esenzione dalla pena qualora l’imputato sia stato colpito oltremodo dal crimine (o presunto crimine) compiuto. Qui se la devono giocare gli avvocati e non di certo la Lega o le pregiatissime firme che scrivono su Il Mattino.

Questa è la Lega complottista: c’è del marcio ovunque (tranne in casa propria), chiunque agisce lo fa a danni del Cantone e dei ticinesi (tranne in casa propria) e chiunque dovesse avere un’idea diversa dalla loro deve essere sbeffeggiato e offerto al pubblico ludibrio (se non sai cosa significa clicca su “Ludibrio spiegato ai leghisti dalla Treccani”).

I casi Sirio Balerna (atti sessuali su fanciulli, mica paglia), i Panama Papers e Battista Ghiggia (“lo facevo perché lo facevano tutti”) e Asfaltopoli sono però sfuggite alle penne dei giornalisti leghisti e del partito che, se non altro nel caso di Balerna, ha chiesto le dimissioni a quello che era il primo cittadino di Chiasso; affrettandosi però a precisare che non ne sapeva nulla e dando così in pasto all’elettorato acritico un alibi mentale per continuare a votare Lega. “Non ne sapevamo nulla” è l’unica via d’uscita possibile, non credibile ma possibile. Poteva, la Lega dalla parte dei cittadini, sostenere che sapesse? Così, oltre a lavarsene le mani e rimettere tutto in mano alla giustizia (garantismo repentino) ha deciso di assolversi.

Quindi la Lega complottista soffre di schizofrenia, diventando garantista davanti agli individui come Balerna, davanti al signor Ghiggia e di fronte alla magrissima figura fatta da Borradori quando era ministro. Ciliegina sulla torta dei panni garantisti che la Lega è solita indossare, solo quando le fa comodo, l’idea dei deputati basilesi Tonja Zürcher e Beat Leuthardt di chiedere alla magistratura di aprire un procedimento penale contro Gobbi assai rischioso per tutta la Svizzera perché, in effetti, gli estremi per coinvolgere la Corte europea dei diritti dell’uomo ci sono tutti. Per i leghisti, questa volta rimessi gli abiti del complottismo, sarebbe la signora Bosia Mirra ad avere fatto fare una magra figura alla Confederazione Elvetica. La posizione della Lega in merito?  E quella de Il Mattino? Non pervenute (e, considerando l’abitudine legaiola a ridicolizzare il prossimo, forse è più dignitoso così).

Dare voti a questa Lega, a quella del post Giuliano Bignasca, significa disperdere potenziale e affidare il futuro a mani tremolanti e a idee poco chiare, corrette senza criterio a piacimento di pochi.

 

Le grosse grasse responsabilità de Il Mattino

Avvertenza: questo è un articolo lunghetto e serio. È articolato in tre punti. Se sei un leghista di quelli che usano le “k” e le “$” puoi leggere direttamente il terzo perché i primi due non potrai farli tuoi. Se sei un leghista e, oltre a stuprare la lingua italiana, sei convinto che Gobbi sia un politico di razza, puoi saltare direttamente al quarto punto.

Il mattino ha l’oro in bocca

Ci sono paesi in cui la situazione è ben più complessa di quella svizzera e ticinese. Senza entrare in discorsi macroeconomici o politici, ne cito tre: Germania, Inghilterra e Israele. A questo breve elenco si possono aggiungere senza sforzo almeno altri 20 tra stati e nazioni.

In questi paesi la stampa svolge ancora un ruolo responsabile, al netto dei giornalacci e dei giornalisti “asserviti a” perché ci sono ovunque. Il compito della stampa non è quello di forgiare opinioni, è quello di informare in modo neutrale, dando ad ogni lettore gli strumenti necessari a costruire un’interpretazione autonoma dei fatti. La stampa non ha neppure il compito di educare le coscienze, anche se è innegabile che fornire ad ognuno i mezzi per impiegare al meglio la propria corteccia cerebrale ha, come effetto collaterale, quello di pettinare coscienze e stati d’animo.

Quando nasce un fenomeno, quando si verifica un fatto, all’alba di un nuovo avvenimento, la stampa deve saperlo raccontare bene sin da subito. Questo è informare, questo è accompagnare le novità e renderle accessibili a tutti, distribuendo la cultura più adatta e trasparente per comprendere ciò che sta davvero accadendo.

ilmattinodelladomenicaperiphone_50e698113224a_fullIn Israele, in Germania e in Inghilterra le startup hanno avuto un successo roboante per diversi motivi, tra questi la buona informazione con cui i media hanno saputo posizionare questa nuova corrente. Non hanno parlato solo di questa o di quella startup, hanno parlato del fenomeno, facendo comprendere che cosa sarebbe servito al paese, quali strutture abilitanti avrebbero avuto un peso specifico nella crescita economica, chiedendo che gli operatori nazionali e i governi si impegnassero di più. Poi, ovviamente, nello scegliere uno storytelling di più ampio respiro, è stato dato spazio anche a molte delle singole startup, offrendo loro una vetrina pubblicitaria a costo zero. L’approfondimento in fin dei conti è questo: spiego nel dettaglio cosa sto dicendo – aggiungo due o tre esempi per avvalorare ciò che dico – chiudo con considerazioni neutrali che tendono al futuro. Tutto talmente facile che ci arriverebbe chiunque.

Il Mattino ha il cloro in bocca

Il Mattino, secondo o terzo organo di stampa ticinese per numero di lettori, al posto di spingere l’innovazione e fare leva su quello che il Ticino può offrire alla nuova imprenditoria (non c’è posto migliore al mondo, nemmeno la Silicon Valley) ha deliberatamente deciso di sputare odio ovunque, di chiudere il lettore in un recinto di

pochezza, di risentimento e di rabbia.

Così, mentre a Londra (50mila posti di lavoro), in Germania (primo hub europeo continentale, con oltre 100mila posti di lavoro) e Israele (indotto e impiego incalcolabili tanto sono iperbolici) crescevano a dismisura gli sbocchi, in Ticino si perdevano occasioni a bizzeffe, inseguendo l’uomo nero.

La sottocultura generata da Il Mattino (da chi lo fa e da chi lo legge con devota convinzione) ha spinto la fascia più acritica della popolazione a credere che Gobbi possa dare lezioni al mondo su come vietare il burqa. Nessuno ha pensato di mandare due colletti bianchi del governo a Londra, a Berlino o a Tel Aviv per prendere spunti su come rilanciare l’economia e l’impiego.

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Foto: atistoria.ch

La stessa sottocultura capace di convincere un manipolo di analfabeti funzionali che per Gobbi ci sarebbe stato posto al Consiglio federale e, caricato a molla, si è schierato contro quei media che hanno riportato la verità, evidenziando come per uno statista di tale rango non ci sarebbe stato posto in nessun altro Cantone, tantomeno a Berna.

Il Mattino ha contribuito a creare anche quella sottocultura secondo cui il Ticino è il Ticino e se il mondo non lo capisce, allora è un mondo ritardato.

Vox veritas vita. Vivere nel segno della verità, non accontentandosi delle ottusità mediatiche che vengono offerte a tutti noi da sedicenti giornalisti che lavorano in sedicenti redazioni e che fanno leva su quella parte di popolazione acritica, pronta a battere le mani a comando. Ovviamente in questo discorso si possono racchiudere una varietà di aspetti, non solo quello legato alle startup che qui viene riportato perché, mentre la Svizzera diventa un obiettivo per l’imprenditoria digitale, il Ticino resta al palo.

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Foto: blick.ch

Un esempio pratico. Swisscom è uno dei migliori operatori telefonici al mondo e offre un servizio di qualità che poche Telco riescono a offrire. L’impegno di Swisscom per spingere l’imprenditoria digitale è immenso e andrebbe enfatizzato, perché banda e comunicazioni sono alla base della piramide delle tecnologie abilitanti. Ecco quanto e quale spazio ottiene Swisscom sulle pagine de Il Mattino. I media dovrebbero dare spazio all’apporto di Swisscom all’imprenditoria innovativa, cosa che potrebbe attirare nuovi imprenditori (e, non sia mai!, creare impiego) e che darebbe un’ulteriore spinta alla compagnia, oggi al di fuori di ogni classifica dei migliori operatori, solo perché vengono stilate in base a fatturato, utili e valore di capitalizzazione. Una classifica bugiarda perché il peggior operatore telefonico indiano o cinese potrebbe risultare più importante di Swisscom.

Punto 3 (lo chiamo così perché sennò i leghisti devono usare le dita per contare)

Ora lo spiego anche ai leghisti più deboli: “Uella e pagüra”! Mentre la “Hitler-Merkel”, quella “faccia da uregiatt di Cameron” e i “Kompagni israeliani” credevano che si potesse creare impiego facilitando la nascita di imprese ad alto valore tecnologico e innovativo, noi altri della Lega (sempre dalla parte della gente) in oltre 20 anni non abbiamo fatto niente per il popolo che, però, continua a darci credito e continua a leggere quel settimanale lì, quello che facciamo solo per dare al Robbiani la possibilità di avvolgerci quella “terronaccia rigommata della Micocci prima di buttarla nel camino”. Alla faccia di quei “$inistroidi che non kapiscono niente e che spalancano le frontiere portando da noi malattie e delinquenza”. Ma “noi siamo padroni in casa nostra”. E se casa nostra è un monolocale vuoto e pericolante, amen. Se le cose non funzionano bene è colpa dei “fu partitoni, dei fuchi statali e dei governicchi precedenti”.

Il Mattino inchioda il Ticino e lo fa sguazzare nel fango, piuttosto che elevarlo e combattere per ciò che davvero merita.

Il super impianto di sicurezza di Supernorman è un colabrodo

C’è modo e modo di fare politica. C’è un modo serio, responsabile, faticoso e genuino. Poi c’è il modo approssimativo, fatto di mezze verità e di manipolazione mediatica, di spiccata volontà di non assumersi le proprie responsabilità.

Lo scorso 27 luglio, il Direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi, si è ritagliato uno spazio sui media ticinesi (qui un esempio) facendo passare due concetti importanti.

Il primo prende spunto dal modello italiano, quello secondo cui ogni annuncio politico va fatto criticando il precedente governo. Secondo l’onorevole Gobbi, quando il suo dipartimento era diretto dal PPD si è scelto volutamente di non avere tiratori scelti tra le fila delle forze di polizia. La soluzione a questo dilemma la fornisce lui stesso nello stesso articolo (vedi link sopra), sostenendo che “le nostre preoccupazioni sono le stesse da 18 mesi“, legittimando quindi il fatto che il PPD – che non dirige il Dipartimento delle Istituzioni dal 2011 – non avesse motivo per operare in tal senso. Per come conosciamo La Lega dei Ticinesi, se il ministro PPD dell’epoca avesse arruolato tiratori scelti, da Via Monte Boglia si sarebbe sollevato un putiferio, tutto incentrato sull’enormità e l’inutilità della spesa.

Fonte: http://new.caffe.ch/
Fonte: http://new.caffe.ch/

Il secondo concetto invece riguarda il pericolo di infiltrazioni terroristiche al Festival di Locarno (al cui proposito avevo già speso qualche riga qui). Un pericolo tanto sentito che ha spinto il ministro a creare un impianto di sicurezza che lui stesso definisce top secret.

Quindi, per ricapitolare: il PPD si è dimostrato incapace e al Festival di Locarno i cittadini possono stare sicuri.

 

Poi, come scrive Libera TV, si scopre che un ubriaco è riuscito a seminare il panico proprio al Festival del film di Locarno, quello super-blindato nonostante il PPD non avesse voluto (quando il pericolo terrorismo era ben diverso da quello attuale) buttare al vento il denaro dei contribuenti.

Norman Gobbi vuole ovviamente fare credere che un terrorista sarebbe stato bloccato subito, mentre un ubriaco no.

Il ministro leghista non è nuovo a queste figure. A marzo del 2015, durante una sagra di paese, la polizia ha arrestato un pericoloso criminale. Gobbi non ha perso tempo per ritagliarsi il suo spazio sui media e si complimenta “con i poliziotti cantonali e comunali che fermano un ladro ricercato anche in Italia!

Il pericoloso criminale era solo un disabile. Da Gobbi neppure un segnale di scuse. Silenzio generale e imbarazzato.

Il dubbio rimane. Gobbi è all’altezza del suo compito?

 

 

E tu ti rendi conto che noi dobbiamo respirare la tua stessa aria?

 

Commento di tale Adriana Sartori de la Lega dei Ticinesi che scrive su Facebook:

“Se volete giudicatemi “macabra”… ma vi rendete conto di cosa si nutrono i pesci che poi NOI mangiamo???? Io sono realista non razzista”.

Segue.

Petizione che chiede le dimissioni di questa signora.

https://www.change.org/p/red-de-solidaridad-popular-dimissioni-di-adriana-sartori-balerna

 

Segue.

L’unica risposta possibile.

99 Posse

Punto.

Per Gobbi 12 su 30 = casi isolati

Il ministro ticinese Norman Gobbi, che chi legge questo blog sa essere incline alla menzogna, è al centro di una polemica minima a causa dei dodici militari svizzeri (ticinesi e grigionesi) trovati positivi all’uso di cannabis (7) e cocaina (5).

Dodici militari su trenta controllati per il ministro sono dei “casi isolati”.

Tanto isolati che sono del tutto passati inosservati alla stampa internazionale: qui ne scrive The Guardian, qui ne parla The Indipendent e qui invece il sito della BBC (testate un pochino più quotate de “Il Mattino della Domenica”).

Bellinzona

Al di là dell’eco mediatica, affidandoci all’aritmetica elementare, 12 soldati su 30 corrispondono al 40%. Casi isolati. Accetteremmo una simile affermazione se, ad esempio, un farmaco si dimostrasse inefficace per 4 persone su 10? Lo riterremmo valido? E diremmo che coloro i quali non trovano giovamento dalla cura sono “casi isolati”?

Ma non è tutto: il ministro fa appello alla “tolleranza zero“, probabilmente non sapendo che si tratta di un metodo sulla cui utilità ci sono ancora tanti dubbi e, a prescindere da ciò, si sposa meglio con i contesti anti-democratici.

Al netto di ciò sappiamo che le ARP non sono del tutto inclini alla liceità, che tra la Polizia Cantonale ci sono mele marce e che su queste la giustizia non interviene: ha fatto poco scalpore il caso del poliziotto cantonale espulso dal corpo per le sue attività truffaldine, attività che sono continuate anche in seguito e di cui non ha mai dovuto rendere conto perché, preso a rubare per l’ennesima volta, il giudice ha deciso di dargli “un’altra possibilità”. Sappiamo anche che l’esercito di milizia è fortemente viziato da attività illecite.

Quindi ARP, esercito, polizia e magistratura si dimostrano fallaci. E il ministro Gobbi, a capo del dipartimento che racchiude tutte queste organizzazioni / enti / istituzioni, parla di tolleranza zero. Ancora una volta Gobbi viene pizzicato fuori contesto e fuori luogo.

Il fatto è che i militari sono a Davos per garantire la sicurezza: c’è da chiedersi come questi “casi isolati” possano occuparsene (7 positivi alla cannabis, 5 alla cocaina, un milite in possesso di tre grammi di coca e, per non farsi mancare nulla, è partito anche uno sparo). Questo sfacelo dovrebbe indurre alla riflessione ma è evidente che Gobbi preferisce la reazione tosta perché lui, di responsabilità oggettive, non vuole proprio sentirne parlare. Sia chiaro, non è colpa del ministro se la società è quella che è ma essendo a capo del dipartimento che tutto sovraintende, non può limitarsi ad usare il pugno di ferro.

In attesa della replica stizzita del “domenicale” per eccellenza (che butac.it classifica tra i siti di “pseudo giornalismo”), ognuno rifletta per far suo, decidendo con il proprio cervello se il 40% sono casi isolati e se la cura è la tolleranza zero oppure se vale la pena fermarsi un attimo a riflettere.

 

 

 

Tre (semplici) domande sulle ARP

Sta facendo scalpore il caso dell’ARP 2 di Mendrisio, riportato da TIO.

In sintesi: una signora posta sotto tutela passa a miglior vita. Il tutore (che a me risulta essere una donna, ma ha di certo ragione TIO) presenta la sua parcella (15mila franchi, ovvero circa 15mila euro) per 4 mesi di prestazione. Questa somma viene prelevata dal conto corrente della defunta, all’insaputa dei famigliari e contro le norme che declinano agli eredi il compito di pagare il tutore. In questo caso l’ARP ha avallato il pagamento, sostituendosi così alla legge e agli eredi.

Al di là della somma che appare spropositata, c’è quindi un pesante strappo alle regole, tant’è che gli eredi si chiedono se ci siano gli estremi per adire le vie legali per “appropriazione indebita”.

L’ARP 2, come sempre fa chi non sa più come nascondersi, si trincera dietro al più retorico, classico e misero “no comment” mentre, essendo pubblica istituzione, dovrebbe prendere posizione e spiegare perché ha dato il benestare al pagamento e perché lo ha fatto in barba alle regole.

Questa storia, in realtà, puzza tanto di incompetenza e poco (se non pochissimo), di volontà di appropriarsi indebitamente di una somma di denaro. Uno dei tanti abusi compiuti dalle ARP che hanno due reazioni principali: l’indignazione di chi ne viene a conoscenza e l’indifferenza del Direttore del Dipartimento delle Istituzioni.

Chi difende i cittadini da chi dovrebbe difenderli?

Risulta tra l’altro che il tutore (tutrice?) abbia restituito parte della somma, ma non si sa di quale importo si stia parlando e, soprattutto, perché. Se un professionista emette fattura, di norma, lo fa a ragion veduta; emettere sconti o decurtarsi la parcella non è serio: se ha fornito un servizio che legittima la richiesta economica non si capisce perché debba essere disposto ad accontentarsi di meno. Questo punto non è chiaro.

Solito velo pietoso su Norman Gobbi che non ha preso posizione: del resto, dice lui, c’è la separazione dei poteri. Allora i webmaster del Cantone separassero anche le pagine (che non aggiornano da anni) che associano gerarchicamente le ARP come sussidiarie del Dipartimento delle Istituzioni.

La domanda è questa: se le ARP non sanno gestire una faccenda meramente amministrativa, come si può confidare in loro quando sono chiamate a gestire situazioni più complesse come quelle dei diritti genitoriali, spesso rese ancora più caotiche da avvocati ridicoli, genitori patetici e dalle stesse ARP, altamente al di sotto delle più basse aspettative?

L’altra domanda invece è questa: se gli eredi della defunta non avessero sollevato obiezioni, la curatrice avrebbe restituito il denaro?

La terza ed ultima domanda: le ARP, nate per difendere i cittadini, li difendono davvero o abusano della loro posizione pressoché incontrastata da organi di controllo risibili e magistratura inerte e immobile?