Categoria: Sarebbe meglio se…

Gobbi ha deciso (finalmente) di parlare

Ieri ho pubblicato su questo blog la lettera che il signor Orlando De Maria, curatore vicino al mondo delle ARP, ha inviato al quotidiano “Il Corriere del Ticino”.

Poteva mancare la replica dell’Onorevole Gobbi, toccato dalla lettera del signor De Maria? Certo, poteva, ma a Bellinzona non si fanno mancare nulla e, soprattutto, non sanno quando conviene tacere.

Replica del Ministro Gobbi alla lettera apparsa sul Corriere del Ticino del 5 marzo 2015
Replica del Ministro Gobbi alla lettera apparsa sul Corriere del Ticino del 5 marzo 2015

Ecco la replica che il Ministro ha inviato allo stesso quotidiano.

Non aggiungo altro perché l’Onorevole Gobbi disdegna le osservazioni.

L’intervista a cui fa riferimento il Ministro è questa.

Abusi “made in Ticino”: basta una bugia per rovinare tre vite

Come avevo anticipato qui occorre mettere in evidenza come a Lugano l’ARP 8 sia capace di prendere decisioni ridicole a fronte del nulla. In questo caso “il nulla” è rappresentato dall’avvocato e mediatrice (!) Manuela Fertile che:

– ha costretto due ragazzi a ritirare dei doni davanti alle autorità ticinesi perché timorosa che il padre avesse inviato loro armi e droga;

– scrive nefandezze nei confronti del padre dei minori sapendo che la madre farà leggere loro la lettera CHE QUI SI ALLEGA, aggravando ancora di più lo status di PAS e mobbing genitoriale in cui i minori versano;

– non ha mai incontrato il padre dei minori, assumendosi così il rischio di scrivere profonde inesattezze ma evitando di assumersene le responsabilità.

La lettera è atroce: accusa il padre di avere aggredito verbalmente i figli. Cosa che l’ARP 8 ha accettato senza riserve anche se il padre è stato in grado di produrre testimonianze dirette. Per Clarissa Torricelli, presidente dell’ARP 8 e per il suo braccio destro, dottoressa D’Ottavio del Priore, la fantasiosa versione di un avvocato (mediatore!!) vale più di una testimonianza.

Nello stesso tempo, non paga e incurante delle responsabilità che dovrebbe assumersi, indica il padre quale motivo delle sofferenze psicologiche dei figli. Ragazzi ai quali la madre (e l’entourage famigliare materno) ha raccontato ogni nefandezza sul padre: arrivando a fare credere loro che il genitore sia ricercato sia dalla mafia (alla quale ha fatto qualche torto) sia dall’Interpol.

Ad aggravare la situazione c’è da segnalare l’ennesimo abuso: si accusa il padre di essere una croce anche per la psiche dei figli sapendo che al genitore è negato anche il sacrosanto diritto di avere informazioni circa lo stato di salute dei minori. Una violazione di qualsiasi norma del diritto, probabilmente anche in Paesi molto meno civili della Svizzera. Una sassaiola fatta contro un uomo a cui è negato ogni diritto di difesa. Come classificare tutto ciò?

Anche questi dettagli sono nelle mani dell’ARP 8, autorità che ancora oggi sostiene non ci siano, da parte della madre, intenzioni di screditare la figura paterna agli occhi dei figli.

E cosa fanno le autorità? Non rispondono. Stanno in silenzio e chiedono al padre di inviare richieste scritte che ignorano, sistematicamente, da 5 anni. (!)

E Norman Gobbi, il ministro da cui dipendono le rovinose ARP, sa tutto e tace.

Un muro di gomma, quello costruito dalle ARP, che va smantellato. Con la collaborazione di tutti.

Invito ancora una volta a continuare: mandatemi le vostre testimonianze. Tutto questo deve cambiare.

Diritto all’oblio: Google “raccoglie idee” a Roma

Lo scorso mese di maggio, con la “sentenza Gonzalez”, la Corte europea di Giustizia ha stabilito che Google deve rispettare il diritto all’oblio, rimuovendo dal motore di ricerca le informazioni irrilevanti o fuorvianti che riguardano sia le persone fisiche sia quelle giuridiche. Si è aperto un dibattito di natura filosofica che Big G affronta pubblicamente sia sul web sia con dei dibattiti itineranti, uno dei quali si è svolto oggi a Roma sotto l’occhio interessato di Eric Schmidt, presente con la doppia veste di Presidente del Consiglio di Amministrazione di Big G e membro del comitato consultivo che deve trovare una soluzione compatibile con il volere della Corte europea.

Il punto di partenza è affidato ai numeri: delle oltre 90mila richieste di rimozione di informazioni, Google ne ha cassate la metà circa, il che significa che ha approvato l’altra metà delle richieste, scavalcando i diritti di trasparenza e informazione che sono i capisaldi attorno ai quali si snodano tutte le difficoltà che la sentenza comporta. Anche questo fa di tali dibattiti poco più di una strategia di marketing che sottolinea come “Google sia vicina agli europei” e intenda “trovare un equilibrio” che soddisfi le necessità di chi vuole essere informato e quelle di chi vuole essere dimenticato, confinando quindi la questione al paradosso dell’uovo e della gallina. Tra gli oratori l’unico intervento degno di nota è stato quello di Gianni Riotta che ha sottolineato come tale equilibrio sia frutto di un processo e non di un modello decisionale statico. Ciò che non è emerso però è che in quanto processo decisionale non può essere standardizzato e applicato da Google, che assurgendo a giudice monocratico assumerebbe un potere indescrivibile. La rimozione di un link dall’indice di Google deve essere eseguita materialmente dalle stanze di Mountain View ma deve essere autorizzata da norme civili, penali e solo a corredo di queste da un regolamento firmato da Big G in collaborazione con tutte le parti che – così come accade nelle comunità open – partecipano alla creazione di uno standard.

Il diritto all’oblio stride con la libertà di informazione, i diritti e i doveri di stampa: si tratta, di fatto, di strappare alcune pagine dai libri di storia (o di singole storie) o bruciarli del tutto. Non è questione che possa essere affrontata da Google con l’involontaria complicità di una ponziopilatesca Corte di giustizia Europea.

A Lugano c’è un buco in cui spariscono i documenti

Delle ARP luganesi ho già scritto. Ciò che ancora non ho citato è quell’enorme buco che ingoia i documenti importanti. Solo quelli importanti, quelli in base ai quali le autorità ticinesi decidono di impedire ad un genitore di avere rapporti coi figli.

Un padre chiede copia di una perizia psicologica che sarebbe stata effettuata sulla sua persona. Condizionale d’obbligo, perché la perizia non c’è. Eppure l’ARP 8 (in questo caso la dottoressa Daniela D’Ottavio Del Priore) si è basata sulla perizia (che non c’è) per fare patire agonie indicibili a minori e genitore.

Una testimone scrive all’ARP 8 di Lugano narrando fatti di gravità assoluta: in quel caso una ex moglie grida delle assurdità (lesive dei più elementari diritti) all’ex marito, in presenza dei figli. La signora in questione nega tutto, dicendo che un poliziotto ha assistito alla scena e che è pronto a smentire la testimonianza che a Lugano non sono però in grado di esibire. L’aggressione della ex moglie passa quindi inosservata, in virtù della testimonianza inesistente di un poliziotto (!).

E a Lugano stanno a guardare. La domanda (che girerò a giorni tramite la stampa ticinese) all’onorevole Gobbi, a capo del Dipartimento delle Istituzioni a cui fa capo l’ARP 8 è: “non è ora di chiudere quell’enorme buco in cui spariscono i documenti?”

Banche e burocrazia: Renzi è poco chiaro con il popolo italiano

L’Europa non può diventare l’Europa delle burocrazie e delle banche

Lo ha detto il nostro Premier a Bolzano, anche per rispondere alle critiche di Jens Weidman, presidente della Bundesbank.

Va tralasciato, almeno per il momento, il fatto che tutto quanto sostenuto da Renzi è pura retorica e non ha citato un solo modo, neppure uno solo, per fare riprendere all’Italia quell’autostima che sostiene (a ragione) sia andata persa.

Il nocciolo del discorso, invece, ruota attorno alle banche che non sono solo il termometro degli andamenti economici ma sono sia il lato piretico sia quello antipiretico che fanno salire o scendere la febbre.

Un anno fa CONSOB ha regolamentato l’equity crowdfunding, ossia la raccolta di capitale a rischio, limitandolo però alle aziende definite “innovative”. Un’opera incompiuta perché se è vero che altri Paesi si stanno ispirando all’Italia per definire a loro volta le regole che lo regolamentano, è pure vero che non renderlo accessibile a tutte le imprese è (quasi del tutto) inutile.

Il crowdfunding, nelle sue molteplici forme, permette a qualsiasi risparmiatore di partecipare alla creazione di un prodotto o di un servizio, fino ad acquistare quote dell’azienda che lo produce. Relegarlo solo alle aziende “innovative” taglia una gran fetta di potenzialità allo strumento; sono relativamente poche le persone capaci di comprendere la reale portata di un progetto altamente tecnologico. Se il crwodfunding, detto anche “finanziamento dal basso”, fosse esteso a qualsiasi attività (ristoranti, agenzie viaggio, attività commerciali, eccetera) ne gioverebbe l’economia intera.

Quelle meno entusiaste sarebbero le banche, incapaci – almeno sul breve periodo – di affrontare sotto nuova luce l’erogazione del credito privato (nell’ultimo semestre in calo del 3,5% in Italia, dopo altri semestri chiusi con il “segno meno”) sapendo che il richiedente potrebbe rivolgersi altrove ancora prima di sottoporre la propria richiesta ad un istituto di credito.

E’ quindi necessario che Renzi valuti l’ipotesi (necessaria fino ad essere vitale) di allargare le aree di competenza del crowdfunding, perché altrimenti l’Italia resterà feudo delle banche.

Fissare la telecamera e lasciarsi andare a dichiarazioni deboli, facilmente opinabili e fasulle tanto da essere imbarazzanti, non rida’ all’Italia i mezzi per ricostruire quell’ “autostima” che il Premier asserisce essere venuta meno.

 

Briatore ha perfettamente ragione. Oddio, non proprio “perfettamente”.

Flavio Briatore ha detto la sua. Non sarebbe dovuto accadere, ma è successo.

Secondo il papà di Nathan Falco le startup digitali sono tutte “fuffa”, termine che significa sia “lanugine” che “merce di poco valore”. Piuttosto, dice il signor Gregoraci, aprite una bella pizzeria.

Ha ragione. Ha perfettamente ragione. Molte startup digitali nascono senza business plan, senza un progetto definito, alcune senza un team. Sono formate da al massimo due persone che si fregiano di titoli inflazionatissimi quali “CEO”, “CTO”, “CIO”, “CFO”, “COO” e chi più ne ha più ne metta.

Ha ragione, Briatore, ha perfettamente ragione. Alcune di queste sono la trasposizione online di flussi analogici. Un servizio di babysitting o una sartoria online sono progetti a corto respiro che né innovano né aggiungono valore alla realtà quotidiana.

Briatore ha perfettamente ragione perché il tasso di mortalità delle startup è elevatissimo, ha ragione perché avere una minima idea di che cosa sia un processo produttivo, cosa sia una campagna di marketing, come fare a valutare e a superare gli ostacoli che tormentano il mercato, come sfruttare a proprio vantaggio i punti di forza della concorrenza… queste sono alcune delle cose per nulla automatiche e che non si accostano da sé al fare una startup; sono tutti concetti tosti e in qualche modo tossici, lezioni che si imparano a volte a carissimo prezzo.

Ha ragione, Briatore, quando consiglia di aprire una pizzeria. Meno rischi, meno lavoro (?), meno menate e subito dritti al sodo.

Eppure anche la sartoria online contribuisce a diffondere cultura, a cambiare approcci. La pizzeria no. Eppure da quel bassissimo tasso di sopravvivenza delle startup esce progresso, esce benessere, esce tecnologia. Dalla pizzeria no. Dall’ingegno, dal sudore e – perché no – dalle acerbe capacità di chi si lancia in avventure ad alto rischio esce quel progresso che accelera il progresso che ne consegue.

E quando tutta questa cultura, potente e irrefrenabile, avrà prima spinto e poi permeato il progresso, ne godranno tutti. Anche chi ha aperto una pizzeria.

Elena Paltrinieri – un esempio di informazione dal basso

Il post che ho pubblicato qualche tempo fa, in cui veniva citata la signora Elena Paltrinieri (cliccare qui per leggerlo), sta dando i suoi frutti. Mi stanno arrivando segnalazioni riguardo l’operato della psicologa la quale, stando almeno ai documenti in mio possesso, non sarebbe sempre stato impeccabile.

E’ importante che questo breve intervento venga fatto girare affinché possano essere raccolte altre testimonianza dirette.

Un click che può ridare speranza a figli e genitori distrutti.

Grazie

ARP 8 (Lugano), le istituzioni e il loro degrado

Quando si parla della Svizzera viene in mente un Paese armonico, di ricchezza, giustizia ed equità. Così non è. Al contrario le istituzioni, la cui esistenza è motivata dall’essere a disposizione dei cittadini, si comportano come giudici in terra al cospetto dei  quali occorre obbedire, inchinandosi, davanti ad ogni sorta di mostruosità.

Un caso emblematico: a tutela dei minori, a Lugano, esistono due istituzioni. Intervengono, tra le altre cose, nel caso in cui genitori divorziandi o divorziati, avessero recriminazioni che in qualche modo possono ledere la tranquillità dei figli. Posizione più che delicata che prevede, per essere degnamente trattata, altrettanta delicatezza. Doti per nulla chiare all’ ARP 8 (Autorità Regionale di Protezione 8) che prima impedisce ad un padre (sulla scorta di perizie fasulle) di avere un rapporto sano coi figli – rapporto che stando al più autorevole esperto di alienazione genitoriale è viziato dall’intervento della madre dei fanciulli – e poi, facendo leva sul fatto che i bambini si sentono emotivamente distanti dal padre, vieta ogni tipo di rapporto, foss’anche telefonico. Ognuno tragga le sue conclusioni.

La decisione – che il padre definisce “ridicola” – è stata presa da Clarissa Torricelli, ex PM capace di nascondere alla difesa prove determinanti a favore delle persone che portava a processo. I giudici hanno avuto modo di criticare aspramente l’operato della stessa e, a quanto si può evincere, per toglierla dalle aule del tribunale, si è deciso di posizionarla altrove (in questo caso all’ARP 8 di Lugano), comunque libera di prendere decisioni che, stando a quanto è stato possibile ricostruire, sono piuttosto discutibili.

Direte voi: ma qualcuno interviene, suvvia… la Svizzera è un Paese equo e libero…

No. Se ne lavano tutti le mani.

Ecco copia della lettera, opportunamente rivisitata affinché i nomi essenziali fossero omessi, che il padre ha inviato all’ARP 8 senza ricevere risposta. I tempi sono stretti, certo. Ma ho in mano copie di lettere inviate dal padre 5 anni fa a cui l’ARP 8 non ha ancora risposto. (Cinque anni, ovvero oltre 1.800 giorni, per NON rispondere a domande e richieste talmente facili che persino le leggi svizzere ritengono legittime).

20131120 – Stato salute bambini

C’è chi si sforza di dare ragione alla Fornero

Circa un anno fa, l’allora ministro Fornero aveva suggerito ai giovani di non essere troppo sichizzinosi, dando il via all’ormai noto “effetto choosy”. La stampa (e io stessa, per Il Sole 24 Ore) si è mossa per ascoltare le storie di quei giovani che, dopo anni di studi, si sono accontentati di fare lavori ben distanti da quelli per cui si sono formati. E non solo per portare un po’ di soldi a casa o nelle proprie tasche, perché tra questi ce ne sono di quelli che lavorano per un rimborso spese tanto simbolico da esigere le virgolette. In realtà l’affermazione della Fornero è stata così generale e così chiassosa che, a pensarci bene, ha suscitato lo scalpore di tutti, anche i giovani che schizzinosi lo sono, eccome.

Venerdì 27 settembre si è chiuso il TechCrunch, kermesse di primaria importanza per i nuovi imprenditori digitali. Ho avuto modo di parlare con giovani (spesso giovanissimi) che si sono messi in gioco: ricordo (senza fare nomi) un trentenne prossimo al matrimonio che, con la sua neo-azienda, aveva già raccolto 5milioni di euro di finanziamenti. Detto in modo spiccio: avere trent’anni e un debito di 5milioni sul groppone non è da tutti. Davanti a simili esempi le parole della Fornero dovrebbero essere riviste e corrette.

A fronte di questi – e non sono rari ma sono comunque pochi – esempi di intraprendenza e coraggio, ci si scontra con ragazzi che hanno sempre un motivo per tirarsi indietro: “se hai un’azienda in Italia gli investitori non ti considerano”. Falso. Al contrario gli investitori di tutto il mondo guardano con rinnovato interesse all’Europa e alle sue eccellenze, Italia inclusa. Oppure, ancora, “coi soldi per aprire una società ci faccio cose più necessarie e interessanti”. Bravo, anzi, bravissimo: fai così, al posto di spenderli per qualcosa di produttivo chiedi in famiglia che ti diano altrettanto denaro e vai a Bora Bora per due o tre mesi e, se ti ci trovi bene, restaci pure.

Il meglio, però, è la solita solfa della Srl semplificata. “A cosa serve” – mi hanno detto in  molti – “se poi non ho accesso ai finanziamenti?”. Certo, l’unico effetto positivo di avere una società è quello di accedere al credito.

Probabilmente la Fornero, prima di esternare la sua poco felice considerazione, non si è documentata fino in fondo e ha preso in analisi solo questi eterni rinunciatari.

Intanto, al TechCrunch, ha trionfato un’azienda italianissima (calabrese) formata da 3 giovani che hanno sacrificato tanto del proprio tempo libero e chissà quante altre risorse per dare vita ad un sistema di localizzazione per interni, dove il GPS tradizionale non funziona. GiPStech, la loro startup, ha vinto. Altri giovani, mentre non erano sul palco a mostrare il proprio progetto alla platea, si muovevano tra investitori, ospiti e curiosi distribuendo biglietti da visita e rispondendo alle domande. Nello stesso tempo, fuori, c’era il classico manipolo di giovani “pro-Fornero”.