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Gobbi deve dimettersi (se davvero ama il Ticino)

Il caso è chiaro a tutti. Alcuni funzionari cantonali corrotti hanno rilasciato permessi aggirando le norme.

Sui social, fabbrica e spaccio di pensieri e derive sconclusionate, si è letto di tutto un po’: c’è chi sostiene con fermezza che Gobbi non debba dimettersi perché altrimenti i docenti pedofili dovrebbero portare alle dimissioni di Bertoli. A parte il fatto che due cose sbagliate non ne fanno una giusta, è opportuno considerare che quando emergono storie di poliziotti poco inclini al loro dovere, nessuno chiede le dimissioni di Gobbi. Qui non si tratta di fare di tutta l’erba un fascio o tracciare parallelismi pericolosi se non addirittura stupidi. In questo caso la gravità è immensa.

Per non perdere di vista l’essenziale va ribadito che Norman Gobbi è stato eletto dal popolo (ticinese) come rappresentante dei cittadini e del Ticino. Ha assunto la direzione del Dipartimento delle istituzioni, compendio di uffici e poteri attraverso i quali esercitare le funzioni per cui il popolo sovrano lo ha eletto. Da qui, siamo tutti d’accordo, non si scappa.

La crociata di Gobbi per richiedere il casellario giudiziale agli stranieri che presentano una domanda di permesso non va giudicata: può piacere o non piacere ma il ministro ha fatto ciò che ha ritenuto giusto, nel merito della ratio tra ciò che sa fare e ciò che può umanamente fare, e sarà il popolo sovrano a tirare le somme del suo operato. Una misura che diventa ridicola alla luce dei fatti appena emersi, resa ancora più ridicola dal ministro il quale, ai media, ha fatto sapere di essere furioso. Come se avesse ricevuto una coltellata alle spalle, una coltellata che lui stesso ha permesso che gli venisse inferta.

Tocca al direttore creare procedure di controllo laddove non ce ne sono, tocca al direttore migliorare le procedure esistenti, partendo dal presupposto che tutto è perfettibile. Tocca al direttore sedersi, ogni tanto, e fare autocritica. La politica del chiudere la stalla una volta che i buoi sono scappati non ha mai pagato e non si capisce per quale motivo dovrebbe farlo ora. Questa, in qualsiasi modo la si legga, è una forma di incapacità.

La facilità con cui questi signori hanno rilasciato permessi mostra che non ci sono procedure, all’interno degli uffici diretti da Gobbi, per la verifica dell’operato di chi copre ruoli delicati. Ognuno fa quello che vuole, come vuole e quando vuole. Il signor Gobbi siede su quella poltrona da due legislature: cosa ci vuole fare credere, che è colpa della gestione precedente? Così fosse, perché non ha corretto il tiro? In modo dispersivo e anche un po’ cialtrone, il ministro ha subito puntato il dito contro gli italiani (“è stato un errore assumere un italiano…”). No, signor ministro, è stato un errore lasciare buchi procedurali immensi, di cui lei è il solo responsabile.

Questa faccenda fa acqua da tutte le parti: Sollecito ha avuto un permesso (2013), Pulice ha avuto un permesso, quanti altri “non degni” ne hanno avuto uno? Il caso Pulice è decisamente più interessante ed è uno dei motivi per cui Gobbi deve dimettersi: ancora a novembre (perdio!) Gobbi sosteneva che non vi fosse un “permessogate”, nonostante Elio Romano, pm di Catanzaro che segue la costola italiana delle procedure penali a carico di Pulice, ritenesse quest’ultimo attendibile. Insomma, un pm esperto di mafia che conosce bene Gennaro Pulice lancia l’allarme, Gobbi fa finta di niente.

Però, quando si tratta di flussi migratori, Gobbi va a Roma a chiedere informazioni, suggerimenti e aiuto.

La verità che sembra emergere è questa: quando si tratta di chiudere i confini e di esercitare il proprio potere, allora la collaborazione con l’Italia è preziosa, quando la patata è bollente e mette in forse le istituzioni, allora gli italiani non sono affidabili.

Emerge anche un’incapacità sistemica di gestire il proprio dipartimento, che fa acqua da tutte le parti, anche perché Gobbi scarica responsabilità al posto di prendersele. Lo dimostra il fatto che ancora non si è dimesso.

Al netto delle boutade, delle frasi senza senso a cui il ministro ci ha abituato, cosa ha fatto il ministro per non ricoprire di ridicolo il Ticino? Questo signore voleva andare al Consiglio federale! Ma in virtù di quale capacità? A me piace(va) tanto il ciclismo, non per questo mi ritengo in grado di fare il Tour de France.

Ora, se il ministro Gobbi comprende che in due legislature non ha portato a casa un risultato apprezzabile, se comprende che la sua gestione così spaccona verso l’esterno e così limitata tra i muri del DI non è compatibile con l’interesse dei ticinesi e del Ticino, allora è doveroso fare un passo indietro affinché il Cantone ne faccia uno in avanti.

Se Gobbi ama il Ticino lo deve lasciare libero.

Apparso su “Gas, quello che in Ticino non ti dicono” il 12/02/2017

Beltraminelli ha ragione

In Ticino divampa la polemica sulla tessera per parcheggi rilasciata alle alte cariche del Municipio e ancora in dotazione a chi, oggi, di cariche non ne ricopre più.

Tra questi anche il Ministro Paolo Beltraminelli il quale, ex municipale della Città di Lugano, si chiede (giustamente) se deve anche restituire le bottiglie di vino che riceve in omaggio ogni Natale.

Problemi grassi e polemiche giustificabili: il Ticino non ha altri problemi, quindi ci si scaglia contro cose di pochissimo conto.

A meno di un mese dalle “politiche”** l’opinione pubblica, spinta dai media, mette sulla graticola uomini e donne che parcheggiano gratis anche se (non si sa bene secondo quale ottica) non ne avrebbero più il diritto.

Beltraminelli ha tutte le ragioni quando sostiene che si sta facendo tanto rumore per nulla.

L’Onorevole Paolo Beltraminelli smette di avere ragione quando è a conoscenza del fatto che un cittadino ticinese è stato completamente abbandonato dal suo dipartimento dal quale riceve solo insulti, sfottò e false promesse.

Abbandonato a se stesso, impossibilitato ad accedere a cure delle quali ha bisogno. Chiede aiuto e gli rispondono che può morire per strada.

E chi non prova un senso di vomito sappia che domani può succedere a chiunque, perché se i funzionari del DSS parlano così ai cittadini, significa che vige l’anarchia.

** Grazie a “Fra” per la segnalazione: ho corretto “amministrative” in “politiche”.

Le risposte dell’Onorevole Gobbi

Il 12 febbraio sono state inviate all’Onorevole Gobbi, alcune domande circa l’operato delle Autorità Regionali Di Protezione (ARP), quelle che nonostante il Ministro neghi, finiscono con buona periodicità sugli organi di stampa locali a causa di decisioni assurde.

Queste le domande:

Con buona regolarità l’operato delle ARP balza agli onori della cronaca, suscitando incredulità da parte dell’opinione pubblica.

A questa affermazione l’Onorevole decide di non rispondere.

Perché, in Ticino, né le ARP né le Preture si allineano alle direttive date dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, al contrario di come già da tempo avviene in altri Cantoni?

A simili domande, formulate in modo particolarmente generico e non comprovate da una specifica documentazione mi è impossibile rispondere. Anche il riferimento sommario ad altri Cantoni (gradirei sapere quali) non aiutano certamente ad affrontare seriamente la situazione particolare di limitati casi che – a differenza di quanto da lei affermato – non sono balzati agli onori della cronaca, ma sono lo specchio di situazioni umane decadute in conflitti famigliari dove a farne le spese sono i più piccoli. Non dobbiamo poi dimenticare che le autorità regionali di protezione si occupano anche del resto dei casi sottoposti al diritto di protezione e non solo ai diritti di visita di famiglie divorziate.

NDR: Il “Mattino Online”, organo di stampa del Partito dell’Onorevole Gobbi, titolava stridulo che il Giudice del Tribunale di Appello (che faceva capo al Dipartimento diretto da Gobbi) ha dichiarato che in caso di PAS il diritto di visita può essere soppresso. Le direttive CEDU (ratificate dalla Svizzera) prevedono che in caso di PAS e mobbing l’affidamento dei minori vada sovvertito, come infatti deciso dal Tribunale Cantonale di Lucerna con una sentenza pubblicata anche sul sito dell’Associazione Genitori Non Affidatari (AGNA) con la quale il ministro Gobbi dice di collaborare in modo costruttivo da anni. Appare evidente che l’onorevole Gobbi non abbia in mano le redini della situazione e preferisce ridicolizzare domande lecite. Accetto in ogni caso che con queste risposte il Ministro voglia sottintendere (neppure troppo) all’impreparazione di chi le ha formulate. Accetto anche che le risposte non lascino trasparire una maggiore preparazione.

Quanto è tollerabile che un’ARP affidi incarichi di approfondimento ad amici dei propri membri?

Qualora dovesse essere il caso non posso che affermare: è deprecabile. Anche qui, sinora, non sono giunte segnalazioni al Dipartimento, cui – ricordo – non compete la vigilanza sull’operato ma funge spesso da porta d’accesso alla Camera di protezione del Tribunale d’appello cantonale.

NDR: anche in questo caso la risposta è elusiva. Al Dipartimento dell’Onorevole Gobbi è stato segnalato un caso palese, reso ancora più grave dal fatto che, nel giustificare la scelta, il membro dell’ARP ha sostenuto (per iscritto) di non avere avuto trascorsi con il titolare dell’approfondimento. Mandato eseguito male, senza il supporto di test diagnostici, comunque preferito ad un altro approfondimento svolto secondo i dettami della medicina e che ha dato responso del tutto divergente dal primo. 

Come si giustifica che – da quanto mi è stato possibile stabilire – le ARP non applichino i regolamenti (segnatamente LTut e RTut) ad esempio quando il Presidente né il suo supplente partecipano alle udienze o quando non trasmettono alle parti tutti i documenti necessari per opporsi alle decisioni prese (tanti, troppi casi) o, ancora, quando per anni non rispondono ai cittadini o li dileggiano?

Non dispongo di elementi che possano comprovare la veridicità degli esempi da lei riportati in questa domanda. In generale, è pacifico che anche le autorità di protezione devono rispettare le leggi e le procedure. Se commettono errori nell’adozione delle decisioni, vi sono i rimedi giuridici; inoltre soggiacciono alla vigilanza della Camera di protezione per il loro comportamento.

NDR: Ho diverse email inviate da cittadini e curatori all’Onorevole Gobbi in cui si denunciano apertamente casi di questa natura. Ciò nonostante il Ministro non dispone di elementi.

Sono sempre di più i curatori e i tutori che dimostrano insofferenza nei confronti dell’operato delle ARP anche (e non solo) a causa di quelle che dichiarano essere decisioni discutibili. Qualche lamentela è arrivata fino a lei?

Che la situazione attuale non sia ottimale è risaputo: il recente messaggio governativo
n. 7026 del 23 dicembre 2014, a cui ho fatto esplicito riferimento rispondendole alcuni giorni fa, pone proprio l’obiettivo di introdurre un’organizzazione che possa migliorare il funzionamento delle autorità di protezione, la qualità delle loro decisioni e degli interventi. La proposta va nel senso di rafforzare la via giudiziaria ancorando le autorità di protezione alle Preture distrettuali, aumentando le risorse a disposizione; ricordo come ora le ARP siano emanazione dei Comuni ticinesi.

NDR: Il messaggio governativo 7026 – che può essere valutato come un buon lavoro nella direzione giusta – ha più di un’area oscura: a pagina 5 si legge, ad esempio, che “Il delegato del Comune deve avere competenze particolari, che permettano di ritenerlo particolarmente idoneo all’assunzione della funzione di membro dell’autorità di protezione si è rinunciato a fissare requisiti specifici”. Insomma, deve avere dei requisiti di idoneità ma non si sa quali.

Le risulta che membri delle ARP (permanenti, delegati e segretari) siano titolari di dossier, ovvero che svolgano anche funzione di tutore e/o curatore?

Non ho mai ricevuto segnalazioni di questo genere.

Al 30 giugno 2014 le ARP 3 e 8 (entrambe di Lugano) avevano più casi – in proporzione – di altre omonime autorità che servono bacini d’utenza più o meno simili (la 1, la 2, la 6 e la 15).

È lapalissiano che nelle aree fortemente urbanizzate il ricorso alle ARP sia più frequente rispetto ad altre zone, e lo era già in passato. La scelta del Gran Consiglio di “professionalizzare” i Presidenti ARP voleva proprio dar seguito ad aumentare la capacità di evasione dei casi e delle domande pendenti, ma il sistema ha i suoi limiti nell’ingranare ed è per questo che abbiamo proposto al Parlamento di adottare la via giudiziaria dal 2018.

NDR: È lapalissiano che “in proporzione” significhi altro. Il messaggio 7026 evidenzia peraltro come il numero di casi delle citate ARP sia anomalo.

Le risulta che alcune ARP tendano ad escludere curatori e tutori che sollevano obiezioni davanti a decisioni e comportamenti delle ARP stesse ritenuti “illegittimi”?

Ogni tanto, e non l’ho mai nascosto, ho ricevuto delle lamentele riguardo alle modalità “operative” delle  ARP ma quella che mi evidenzia nella sua domanda mi giunge del tutto nuova!

NDR: Il Ministro è in possesso di un documento che attesta come un’ARP abbia sostenuto di dovere rimuovere un tutore a causa delle lamentele della persona “accompagnata” dal tutore stesso. Questa persona scrive invece che si trova molto bene con il tutore e che preferirebbe non cambiare. Il tutore è messo in discussione dall’ARP perché ritenuto “scomodo”, si tratta infatti di un tutore ligio al dovere che pretende lo stesso comportamento dall’ARP.

Infine, perché il Direttore del Dipartimento delle Istituzioni non ha mosso d’ufficio gli organi competenti per fare chiarezza?

Il Dipartimento è oramai da alcuni anni che ha posto tra le sue priorità l’esame del funzionamento delle ARP e la ricerca di una soluzione organizzativa efficace. A conferma di questa mia affermazione la rinvio ai contenuti del messaggio governativo n. 7026 del 23 dicembre 2014 in materia di protezione del minore e dell’adulto che prevede pure delle proposte legislative per la riorganizzazione del settore.

Inoltre, spesso cittadini trovatisi davanti a malfunzionamenti delle ARP si sono rivolti al Dipartimento e ho sempre prontamente segnalato la situazione alla Camera di protezione, la quale ha comunque espresso pareri molto critici sul funzionamento delle ARP, che ricordo sono oggi emanazione dei Comuni, e che col messaggio governativo più volte citato vogliamo correggere.

NDR: La Camera di protezione, il cui operato è serioso e competente, prevede che venga versata una tassa di accesso che poche persone oggigiorno possono permettersi di versare. Se il ministro segnalasse alla Procura gli atteggiamenti poco trasparenti delle ARP, si potrebbe fare un grande passo avanti. 

Otto giorni. Tanto c’è voluto per avere risposte a domande che sono state definite, dal Ministro stesso, “superficiali”.

E mentre scarica responsabilità e fornisce risposte fumose, ci sono anziani separati dopo 50 anni di vita insieme, figli che non sanno nulla dei genitori e bambini strappati alle famiglie. Perché le ARP permettono qualsiasi bassezza, dall’abuso di ufficio alla volontaria infrazione delle leggi che per primi devono rispettare.

Questo è quanto. Ognuno tragga le proprie considerazioni.

Sono disposta a pubblicare le email a cui faccio ampio riferimento in questo post, attendo l’autorizzazione da parte di chi le ha scritte.

 

E intanto Norman Gobbi tace

AGGIORNAMENTO DELL’ 11 FEBBRAIO 2015, ORE 9:45

L’Onorevole Gobbi si è detto disponibile a rispondere ad alcune domande relative alla situazione delle ARP.

Intanto l’ARP 8 la quale, va ricordato, da sola RIDICOLIZZA LE ISTITUZIONI che di norma sono attendibili, coscienziose e serie, CONTINUA A TACERE.

Il prossimo passo: chiedere lo scioglimento delle ARP 8 e 3, presiedute dall’avvocato Clarissa Torricelli

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AGGIORNAMENTO DEL 10 FEBBRAIO 2015, ORE 10:00

L’Onorevole Gobbi ha risposto ad una mia email. Attendo il suo permesso di pubblicarne il contenuto.

Dal fronte delle ARP nessuna presa di posizione. Situazione inaccettabile che non può essere tollerata. Urge interrogazione parlamentare.

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AGGIORNAMENTO DEL 10 FEBBRAIO 2015, ORE 15:00

Niente novità dal Consiglio di Stato. Nessuna novità da parte dell’ARP 8 che, è ovvio, non tace perché superiore ma perché ridicola, come confermano le decine di testimonianze che mi stanno arrivando soprattutto da stamattina…

Chi parla? Non solo cittadini, ma un numero sempre crescente di nauseati.

Rinnovo l’invito sia ai cittadini interessati sia agli esponenti politici: lasciate un commento (non verrà pubblicato se non dietro esplicita richiesta) oppure scrivete all’indirizzo email stoparp.ticino@gmail.com

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Norman Gobbi, il ministro leghista a capo del Dipartimento delle Istituzioni a cui fanno capo le Autorità Regionali di Protezione (ARP) continua a fare silenzio. E con lui tutta la Lega dei Ticinesi che non perde occasione, dalle pagine virtuali e di carta dei propri organi di stampa, di criticare qualsiasi esponente politico degli altri partiti.

Intanto il ministro Gobbi – perfettamente al corrente di parte degli abusi che le ARP compiono – non sa che pesci prendere e non si decide, almeno a quanto risulta fino ad oggi, a fare intervenire la magistratura ticinese per appurare quelli che sembrano palesi casi di (perlomeno) abusi di ufficio.

Ecco un’ennesima lettera a cui né lui né l’ARP (ovviamente sempre la stessa) osano rispondere, calpestando così i diritti minimi garantiti a tutti, tranne a chi finisce nelle loro maglie.

Nel DOCUMENTO ALLEGATO appaiono  il nome dell’avvocatessa Manuela Fertile così come individuato dall’autore dell’allegato stesso, di una testimone (riportata in caratteri rossi), qui definita come “LA TESTIMONE”, un onorevole ticinese del quale viene omesso per il momento il nome e l’AGNA, l’Associazione Genitori Non Affidatari che – stando ad alcune informazioni – avrebbe accolto l’avvocatessa Fertile tra le proprie fila (!!!!). Cosa piuttosto insolita e inspiegabile giacché l’AGNA si schiera al fianco dei genitori non affidatari.

Intanto i responsabili di questi disastri tacciono. Fanno i forti coi deboli.

Intanto sia su Facebook sia su Twitter è nato l’hashtag #STOPARP.

Abusi “made in Ticino”: basta una bugia per rovinare tre vite

Come avevo anticipato qui occorre mettere in evidenza come a Lugano l’ARP 8 sia capace di prendere decisioni ridicole a fronte del nulla. In questo caso “il nulla” è rappresentato dall’avvocato e mediatrice (!) Manuela Fertile che:

– ha costretto due ragazzi a ritirare dei doni davanti alle autorità ticinesi perché timorosa che il padre avesse inviato loro armi e droga;

– scrive nefandezze nei confronti del padre dei minori sapendo che la madre farà leggere loro la lettera CHE QUI SI ALLEGA, aggravando ancora di più lo status di PAS e mobbing genitoriale in cui i minori versano;

– non ha mai incontrato il padre dei minori, assumendosi così il rischio di scrivere profonde inesattezze ma evitando di assumersene le responsabilità.

La lettera è atroce: accusa il padre di avere aggredito verbalmente i figli. Cosa che l’ARP 8 ha accettato senza riserve anche se il padre è stato in grado di produrre testimonianze dirette. Per Clarissa Torricelli, presidente dell’ARP 8 e per il suo braccio destro, dottoressa D’Ottavio del Priore, la fantasiosa versione di un avvocato (mediatore!!) vale più di una testimonianza.

Nello stesso tempo, non paga e incurante delle responsabilità che dovrebbe assumersi, indica il padre quale motivo delle sofferenze psicologiche dei figli. Ragazzi ai quali la madre (e l’entourage famigliare materno) ha raccontato ogni nefandezza sul padre: arrivando a fare credere loro che il genitore sia ricercato sia dalla mafia (alla quale ha fatto qualche torto) sia dall’Interpol.

Ad aggravare la situazione c’è da segnalare l’ennesimo abuso: si accusa il padre di essere una croce anche per la psiche dei figli sapendo che al genitore è negato anche il sacrosanto diritto di avere informazioni circa lo stato di salute dei minori. Una violazione di qualsiasi norma del diritto, probabilmente anche in Paesi molto meno civili della Svizzera. Una sassaiola fatta contro un uomo a cui è negato ogni diritto di difesa. Come classificare tutto ciò?

Anche questi dettagli sono nelle mani dell’ARP 8, autorità che ancora oggi sostiene non ci siano, da parte della madre, intenzioni di screditare la figura paterna agli occhi dei figli.

E cosa fanno le autorità? Non rispondono. Stanno in silenzio e chiedono al padre di inviare richieste scritte che ignorano, sistematicamente, da 5 anni. (!)

E Norman Gobbi, il ministro da cui dipendono le rovinose ARP, sa tutto e tace.

Un muro di gomma, quello costruito dalle ARP, che va smantellato. Con la collaborazione di tutti.

Invito ancora una volta a continuare: mandatemi le vostre testimonianze. Tutto questo deve cambiare.

ARP luganesi: continua la linea dell’abuso

Delle ARP, su questo blog, si è ampiamente parlato. Chi volesse approfondire l’argomento degli abusi perpetrati da queste istituzioni che sono una vera vergogna per il Cantone Ticino, può selezionare l’omonima categoria posta sul lato destro di questo post.

Dopo sette anni (sette anni!) di umiliazioni un cittadino ticinese decide di svuotare il sacco, scrivendo al Direttore del Dipartimento delle Istituzioni del Cantone Ticino, onorevole Norman Gobbi, per chiedergli scusa di non essere più disposto a sopportare oltre.

Dal ministro, ovviamente, non ci si attende nessuna risposta perché, dal 1. gennaio 2013, le ARP sono sotto il controllo del diritto civile e non più sotto l’ala di quello amministrativo. Questi abusi, però, continuano da ben prima del 2013 e, a prescindere da ciò: perché il ministro Gobbi non ha avviato un’indagine? Perché non ha segnalato alla Magistratura ticinese che l’ARP 3 e l’ARP 8 (entrambe di Lugano, entrambe presiedute dall’Avvocato Clarissa Torricelli) avrebbero agito più volte al di fuori della liceità?

Qui una copia della comunicazione inviata a Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle Istituizoni. (LINK)

C’è da sottolineare che, la prima reazione attesa non è quella di un netto interessamento al caso specifico, ma una serie di querele sporte alla volta della mia persona.

Vi pisciano in testa e vi dicono che piove

Il titolo, preso in prestito da Marco Travaglio, non vuole essere un’ode alla volgarità ma ben si sposa con quanto sta accadendo in Ticino. Che questo Esecutivo abbia ampiamente dimostrato di essere vergognoso, sembra non solo opinione condivisa bensì opinione ogni giorno più diffusa.

Nessuna unità, nemmeno per salvare il principio di collegialità che, apprezzabile o meno, resta comunque una grande prova di coesione. Niente da fare, i “fab five” si sono prodigati per ostacolarsi a vicenda. Di casi ce ne sono diversi, indimenticabili quello in cui, per tagliare la spesa pubblica, il direttore del DSS Beltraminelli fa i conti in tasca al DECS di Bertoli suggerendogli di rinunciare ad un anno di liceo. Ora uscite di casa, suonate al campanello del vostro vicino, chiedetegli di spegnere il riscaldamento per risparmiare sulle quote condominiali, osservate la risposta e stupitevi del fatto che vi abbia chiuso la porta in faccia. C’è un’aggravante non da poco: anche la SECO è giunta alla conclusione che vi è una correlazione stretta tra formazione e disoccupazione. In un momento storico in cui il comparto della formazione deve proporre soluzioni, Beltraminelli sostiene sia necessario togliergli l’ossigeno.

Non di minore spessore l’episodio dei bimbi ecuadoriani, che ha visto al centro della vicenda ancora una volta Bertoli e l’onorevole Gobbi: mentre il primo, al pari di Penelope, cercava di tessere una tela che aprisse loro le porte della scuola il secondo vestiva i panni di Penelope by night. Del resto, se al Dipartimento delle Istituzioni non interessa nulla dei bambini svizzeri massacrati dalle Autorità Regionali di Protezione, per quale motivo dovrebbe spendersi per due bambini senza fissa dimora, dai tratti meticci e il passaporto spagnolo? Epocale, ancora una volta al centro c’è Bertoli, la richiesta spacciata per irrimediabilmente legittima del “9 febbraio bis”, dimenticando che 70 a 30 non è un pareggio e che quindi non sono previsti né tempi supplementari né rigori.

All’Esecutivo sfugge che “ostacolarsi a vicenda” è un concetto che non esiste: quando il Governo si fa i dispetti, in realtà manca profondamente di rispetto allo Stato, ossia ai cittadini. A peggiorare le cose (e non è per forza di cose detto che ce ne sia un gran bisogno), il Governo esige il rispetto istituzionale. E qui si apre un altro paragrafo che necessiterebbe di lunghi preamboli e che invece vale la pena riassumere così: l’infallibilità papale, ufficializzata nel 1870 (ma nata molto prima) è seriamente messa in discussione proprio in questi anni. Se vacilla una simile costituzione dogmatica che riguarda un Dio che siede ad un piano leggermente superiore a quello dei “fab five”, perché il cittadino dovrebbe dogmatico rispetto a delle istituzioni che fanno di tutto per non meritarlo? E se questo apparisse troppo aulico, distante ed etereo, va ricordato che i moti rivoluzionari della primavera araba (2010) sono il segno che il rispetto istituzionale sta lasciando sempre più il posto ad un rispetto che i cittadini esigono venga guadagnato. E non si creda che il ticinese non protesti o che si limiti a bofonchiare; protesta eccome ma, alle piazze, preferisce l’agorà virtuale del web. Lo stesso utilizzato da Beltraminelli per i suoi proclami: “ticinesi… non è affatto vero che siete più poveri, siete solo irresponsabili nel chiedere aiuti alla cosa pubblica”.

La lista dei dispetti e dei “signo, lui non ha fatto i compiti” è lunghetta. L’ultimo episodio, disdicevole, quello delle liti a Palazzo, laddove ancora una volta a farne le spese sono i cittadini. C’è una crisi di Governo in Ticino, perché l’Esecutivo – benché in carica – ha dimostrato di non sapere (o volere?) lavorare insieme. Se non mancassero una manciata di settimane all’avvicendamento, sarebbe il caso di andare al voto anticipato.

Se questo già non fosse grave, si può ancora tristemente appesantire il carico. Questo Governo non risponde agli atti parlamentari (qui il riferimento alle 40 interrogazioni di Sergio Morisoli di Area Liberale e a chissà quante altre provenienti da altri parlamentari), non esattamente delle insistenti lettere di corteggiatori non ricambiati. Questo Governo si sottrae ad un sistema di controllo che delinea, tratteggia e colora ogni zona democratica del pianeta. Un Governo che appare inerme davanti alla tutela del cittadino, che sembra più impegnato a stuzzicarsi al proprio interno piuttosto che acquistare in credibilità e che si rifiuta di renderne conto al popolo.

E se qualcuno dei lettori ha perso il lavoro e fa fatica a trovarne uno, sappia che questo Governo, così schierato contro i frontalieri, sta gridando senza muovere un dito. Lo dimostrano gli incentivi del pacchetto “Ri-Locc”, il piano per il rilancio dell’occupazione, le cui erogazioni sono diminuite drasticamente con l’aumentare della disoccupazione. Cosa per nulla normale, perché il tasso di disoccupazione in Ticino non sale per via della soppressione di posti di lavoro. Tra il primo trimestre del 2013 e lo stesso periodo del 2014 sono stati creati 4mila posti di lavoro, assegnati per lo più a frontalieri e, nell’economia delle cose, non deve stupire. Se gli incentivi proposti dallo Stato non riescono a scalfire nemmeno un poco la differenza tra lo stipendio di un lavoratore residente e quello di un lavoratore d’Oltreconfine allora, come del resto dimostrato, queste misure sono inefficaci e dimostrano la pochezza di tutto l’impianto che le ha concepite.

Eppure, questo Governo, si dice affranto, preoccupato e addolorato dalla situazione del mercato del lavoro e si spende per garantire, in futuro, di attuare tutte quelle misure che non ha saputo attuare in passato.

Il rilancio dell'occupazione in Ticino
Grafico a cura di Giuditta Mosca / Fonte dati: USTAT

Non vorrei avere turbato qualcuno con il titolo, così fosse me ne scuso sinceramente. Resta il fatto che “vi pisciano in testa e vi dicono che piove”. Perché se un Governo vuole il rispetto dei cittadini, deve rispettarli senza distinzioni.

Articolo pubblicato su TicinoLive il 29 gennaio 2015

Elena Paltrinieri ammonita dall’Ordine degli Psicologi

Un minimo di giustizia c’è. Elena Paltrinieri è stata ammonita dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia (OPL).

Il caso di Linda Greco (vedi qui) del quale si sono interessati anche “Le Iene” e del padre svizzero (vedi qui), hanno in comune Elena Paltrinieri, psicologa di Lissone sul cui operato si è chinato l’OPL, ammonendola ufficialmente limitatamente al secondo dei due casi qui elencati.

In attesa che la Procura si interessi del suo operato, vanno sottolineati alcuni aspetti che ancora non appaiono chiari:

1. nel caso del padre svizzero a cui è negato ogni contatto coi figli (anche telefonico), Elena Paltrinieri ancora non è in grado di dimostrare di avere parlato proprio con la persona che ha posto sotto esame. La perizia è stata fatta al telefono, potrebbe avere parlato con chiunque.

2. la telefonata grazie alla quale la signora è giunta ad una diagnosi, nel testo scritto dall’OPL diventano misteriosamente due

3. un comportamento corretto sarebbe stato quello di scrivere di non potere giungere a considerazioni riguardo al soggetto, poiché non ha avuto modo di vederlo di persona. In tale caso sarebbe toccato alle autorità svizzere prendere le dovute misure. Invece Paltrinieri ha deciso di lanciarsi in una diagnosi, ben sapendo che senza riscontri scientifici questa sarebbe potuta essere profondamente sbagliata. Infatti i diversi test scientifici a cui si è sottoposto il padre non mostrano nessuno squilibrio mentale.

4. i referti medici in mio possesso, firmati dalla Paltrinieri, sono pieni di considerazioni personali che non hanno niente a che vedere con la scienza e con le procedure in uso. Perché c’è chi – in Italia come in Svizzera – li ritiene attendibili?

5. nelle sue tesi difensive davanti all’OPL Paltrinieri dice che “ha accettato, per la prima volta nella sua esperienza professionale, di svolgere un colloquio telefonico”. Alle autorità chiedo espressamente di valutare oggettivamente questa teoria difensiva: un medico che diagnostica una malattia senza i dovuti esami può rifugiarsi dietro all’assenza di precedenti?

6. Paltrinieri sostiene anche di essersi basata sui racconti oggettivi fatti dalla moglie dell’uomo a cui nega di avere rapporti coi figli. Basta il racconto oggettivo di una parte (ovviamente) interessata? Anche su questo le autorità devono chinarsi e accertare il reale svolgimento dei fatti.

Questa vicenda potrebbe approdare nelle aule di tribunale. Qui leggerete tutti gli sviluppi.

Intanto, in Svizzera, tutto tace. Le autorità si nascondono dietro ad un silenzio che evidentemente ritengono sufficiente a difendere una posizione, la loro, indifendibile. Intanto emergono nuovi particolari con strascichi penali, dei quali potete leggere nei prossimi giorni.

Après la Suisse, la France. Prove generali di primavera europea (?)

Lo scorso 9 febbraio gli svizzeri hanno detto no alla libera circolazione con “l’iniziativa contro l’immigrazione di massa” promossa dall’UDC elvetica e appoggiata nel Cantone Ticino da Lega e Verdi. Il popolo ha espresso ciò che altri Paesi (questa volta membri UE) pensano e ancora non hanno detto. Vero, la votazione è passata per poco meno di 20mila schede favorevoli, è anche vero che non in tutti i Cantoni svizzeri l’emergenza è sentita nello stesso modo. Gli Stati periferici, quelli geograficamente prossimi ai Paesi confinanti avvertono tutta l’emergenza che l’immigrazione porta con sé. In Svizzera il tasso di popolazione straniera è del 23% (1,8milioni di persone) mentre in Italia gli stranieri censiti dall’ISTAT a fine 2012 erano 4,3milioni, in termini percentuali poco più del 7%. Vero che in Italia il numero di stranieri irregolari è certamente più alto di quanto non lo sia in Svizzera ma noi, in Italia, il fenomeno che vivono al di là del confine elvetico lo possiamo solo intuire. Fenomeno che va amplificato e contestualizzato: ad esempio, nel Cantone Ticino, dei 170mila posti di lavoro disponibili 60mila circa sono occupati da frontalieri, coloro che entrano in terra elvetica per lavorare ma vivono in Italia (tecnicamente in un’area compresa nei 30 chilometri dai valici). Vero anche che “stranieri” e “frontalieri” sono due cose diverse, i primi infatti risiedono nel Paese che li ospita ma con la votazione del 9 febbraio gli svizzeri costringono il Consiglio federale (il Governo) a ridisegnare gli accordi UE sulla libera circolazione, cosa che a Berna sono refrattari a fare e che pone in imbarazzo l’esecutivo elvetico vigente, piuttosto filo europeista. Una conseguenza più che probabile, oltre al contingentamento degli stranieri, sarà anche la limitazione del numero dei frontalieri. Ma tutto è ancora da scrivere e quindi aperto a diverse possibilità.

Questo lungo preambolo per introdurre il sondaggio fatto in Francia, raccolto dal portale elvetico “20 minuti” (in francese), laddove il 59% degli intervistati si dice d’accordo con il modello svizzero. Qui entriamo nel mondo delle probabilità: probabilmente anche da noi in Italia i sì sarebbero superiori ai no. Il razzismo non c’entra nulla.

Cosa ci insegna la Svizzera
La prima cosa è l’avere rimesso la chiesa al centro del villaggio. Il popolo elvetico vuole un limite alle circolazioni straniere in patria, sentimento diffuso che il Governo federale o non ha avvertito o ha fatto finta di non volere avvertire. Gli svizzeri hanno comunque ribadito che il Governo deve rappresentare il volere popolare e non perseguire politiche estranee a quelle che i cittadini vogliono. Tutto ciò va ribadito: in Italia una simile “rivoluzione silente, democratica e pacifica” la facciamo solo su Facebook.

Volere che l’assetto politico nazionale protegga la popolazione non ha nulla a che vedere né con la xenofobia né con il razzismo; questo alla Svizzera non può insegnarlo nessuno perché la presenza di stranieri ha contribuito alla sua fortuna economica durante la seconda metà del secolo scorso, ora i tempi sono cambiati e, ancora una volta, con il voto del 9 febbraio il popolo ha voluto salvaguardare quella sovranità elvetica che – stando alle urne – il Governo non ha saputo gestire. Sentimenti quali la sovranità popolare e nazionale noi italiani dobbiamo ancora impararli, siamo un Paese giovane che è stato unito ancora prima che si propagasse il concetto di “unità”.

Oltre a ciò la Svizzera spalanca le porte già aperte del malcontento che circola in Europa. L’UE pretende che gli Stati membri si assoggettino a logiche di più ampio respiro; cosa che sulla carta può essere ragionevole (anche se non sempre) ma che può esigere, appunto, con gli Stati membri nel cui elenco la Confederazione elvetica non è annoverata.

Ha ragione Blocher, ex Consigliere federale, che spiega in modo chiaro e semplice quali possibilità si presentano alla Svizzera.

Il malcontento dilaga un po’ ovunque, vuoi per la morsa dell’Euro, vuoi per il salvataggio delle banche, per un liberalismo economico che crea precarietà e arbitrarietà, oltre ad  una grave forma di analfabetismo politico. La Svizzera è corsa ai ripari, noi no.