Caso Bomio, undici anni al pedofilo

Bellinzona, Cantone Ticino, Svizzera.

Falvio Bomio, persona molto conosciuta nel bellinzonese, è un pedofilo e la giustizia gli ha presentato il conto: undici anni. Undici.

L’accusa, sorretta dal pubblico ministero Amos Pagnamenta, ne ha chiesti 14, la difesa 6. Pochi? Tanti? Pena commisurata?

Pena commisurata a quanto il codice penale svizzero permette di infliggere. Ma facciamo un passo indietro.

Durante il processo sono emersi fatti che, a buona ragione, hanno fatto sgranare gli occhi. Bomio sceglieva le sue vittime e annotava su un quaderno ogni particolare, e ha agito indisturbato per anni tanto che è stato chiamato alla sbarra per rispondere solo di una parte dei suoi reati, giacché gli altri – commessi decine di anni fa – sono ormai caduti in prescrizione.

E qui occorre aprire una parentesi: in Svizzera esiste un disegno di legge che vuole vietare ai colpevoli di pedofilia di potere svolgere attività (professionali o non) con fanciulli. Disegno di legge tardivo che viene contestato da parte del parlamento e anche da parte delle aree politiche. E qui servono le parentesi quadre: che Paese è quello in cui si tergiversa sulla protezione di chi, da solo, non è capace di tutelarsi? Chiuse entrambe le serie di parentesi.

Undici anni ad una persona, Bomio, che ha commesso una serie impressionanti di crimini odiosi. Fuori dai denti: la pedofilia è forse il reato più efferato: c’è premeditazione, c’è volontà, uccide lasciando in vita.

Al processo di Lugano, iniziato a Lugano il 5 agosto e conclusosi il 9, era presente anche una delegazione delle vittime di Bomio, rappresentate dall’avvocato Davide Corti. I loro racconti hanno di certo contribuito a mostrare l’efferatezza del crimine e, a anni di distanza, per molti di loro è stato impossibile trattenere le lacrime (speriamo, almeno, sia stato un pianto liberatorio). La pedofilia crea uomini morti che respirano e camminano. Anche da questo punto di vista, pur osservando i parametri imposti dalle leggi, undici anni sono niente. Niente.

E riapriamo una parentesi: se il giudice ha comminato una pena applicabile alle norme, a chi tocca il compito di rivedere tali norme, le cui pene prevedono detenzioni risibili?

Torniamo al processo: il PM Amos Pagnamenta ha fatto una lunga requisitoria, lunghissima. Ore e ore e sforzi immani per mostrare tutta la brutalità dei gesti di Bomio il quale riteneva  “il territorio di caccia” la società di nuoto di cui era presidente e nella quale adescava le sue giovani vittime, così come chiamava “hall of fame” il libro in cui annotava ogni cosa. Mostruoso? Malato? Non tocca a noi dirlo. E’ toccato al giudice Marco Villa, delle Assisi Criminali di Lugano. Il giudice ha lavorato bene o male? E’ stato equo, ha riconosciuto anche delle piccolissime attenuanti a Bomio, impresa di certo non facile e missione non per tutti, quella di andare incontro ad un uomo che per anni ha abusato di tutti. Dei bambini, dei loro genitori che credevano fossero in buone mani, della collettività.

Pagnamenta? Ha fatto un lavoro perfettibile, al contrario di quanto viene ritenuto dalla stampa elvetica che, in coro, gli ha rivolto un plauso. Requisitoria da re della retorica, con scivoloni incredibili. Alla voce “pericolo di recidività”  Pagnamenta vuole battere il record di salto in alto ma l’asta gli si spezza in mano: “forte della sua potenza finanziaria potrebbe addirittura, una volta pagato il conto con la giustizia, andare all’estero e vivere nella bambagia“. Cosa vuole dire? Che se Bomio fosse stato meno abbiente allora avrebbe chiesto una pena più mite? Ciò che in teoria voleva essere un pensiero sopraffino ha, con ogni probabilità, sortito l’effetto contrario, aprendo le porte al giudice Villa per valutare le attenuanti. Troppa carne al fuoco moltiplica il rischio che qualche bistecca bruci. E così è stato.

E la difesa? Disastrosa. Un colabrodo (e ci sarebbe da aggiungere “per fortuna”, ma ciò esula dagli aspetti legali e riguarda solo quelli umani).

L’Avvocato Maria Galliana, già PM, ha assunto la difesa di Bomio e, nel contempo, è presidente della commissione di coordinamento per l’aiuto alle vittime. Quindi da che parte stava? Ha chiesto, per il suo assistito, una pena tra i 5 e i 6 anni di reclusione a vantaggio di Bomio, ovviamente, lasciando quindi da parte il suo ruolo istituzionale. C’è qualcosa di losco sotto? Certamente no, ma così si presta il fianco a critiche gratuite che, peraltro, distolgono l’attenzione da ciò che è importante: le vittime di Bomio.

Questo ci riporta alle autorità ticinesi che sono solite incappare in incidenti di percorso simili: nel quadro di una ricerca giornalistica che sto conducendo, è emerso che per fare delle perizie psicologiche vengono scelti professionisti “amici” di chi le commissiona, in un caso è stata scelta una psicologa che fa parte di un’associazione il cui sito web è gestito dal marito del commissionante. In un altro caso, un divorzio, il figlio della coppia è assistito da un curatore che fa rapporto alle autorità chiamate a decidere sul suo affidamento. Questa persona è la moglie di un collega del padre del piccolo. I rapporti della curatrice dipingono la madre come manipolatrice e il padre come un santo, omettendo che il genitore ha costretto il figlio a scendere dall’automobile facendolo ritornare a casa da solo e altre amenità simili.

C’è qualcosa di marcio sotto? Sicuramente no, ma con tutti gli psicologi e curatori che operano attivamente, proprio quei due dovevano essere scelti?

C’è un’altra tipicità ticinese, quella delle interrogazioni parlamentari a cui – a volte – il Governo non risponde. Perché? Non si sa. Forse non ritiene necessario farlo, forse non sa cosa rispondere… e anche nel caso dell’avvocato difensore di Bomio è partita l’interrogazione parlamentare, presentata da Silvano Bergonzoni e Lara Filippini. Affaire à suivre.

Intanto Bomio è stato riconosciuto colpevole di (una parte) dei suoi reati. L’altra parte, cospicua, numericamente elevata, è caduta in prescrizione. Quanto valgono decine di stupri perpetrati a bambini indifesi e incapaci di comprendere ciò che stava accadendo loro? Undici anni di prigione e 167mila franchi (135mila euro al cambio attuale) per torto morale, danni materiali e spese.

Giusto, sbagliato, sufficiente? Impossibile dirlo, una cosa però la si può sostenere: un Paese incapace di tutelare i minori deve fermarsi a riflettere e cambiare profondamente.

 

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Un pensiero su “Caso Bomio, undici anni al pedofilo

  1. Salve, sono il prof. Francesco De Maria, direttore di Ticinolive. È interessata al portale, a un contatto? Ho ricevuto il suo “BLOG” (che era un articolo) e mi sono permesso di pubblicarlo.

    Un cordiale saluto.

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