Italiani gente di Mauritania

Le coste della Mauritania sono ricchissime di pesce. Ma i mauri neri (gli haratin) non ne mangiano perché hanno paura di diventare muti, appunto, come un pesce. E ciò vale, ovviamente, anche nei periodi di insicurezza alimentare.

Vista da fuori, questa situazione, assume tinte di paradosso. Ma non è colpa del Presidente Moulaye Ould Laghdaf.

Va detto, ancora prima di causare i malumori o gli entusiasmi di chi legge, che su queste sponde Berlusconi risulta simpatico come la rosolia.

L’Italia vista dal di fuori non è diversa da come noi possiamo vedere la Mauritania, perché in quanto a controsensi non siamo da meno.

Graziella Pellegrini, italianissima, grazie al suo lavoro rida’ la vista a centinaia di persone, usando le cellule staminali epiteliali adulte. Non se la fila nessuno. Ogni anno arrivano persone dall’estero, quasi un pellegrinaggio e tutti si affidano alle mani della professoressa e del team del quale fa parte. Fuori dall’Italia è conosciutissima, in Italia no. Anni fa ho avuto modo di intervistarla, mi diceva che un noto quotidiano italiano aveva scritto un articolo su quanto fossero bravi gli inglesi con le staminali, senza sapere che lo sono anche a Modena.

Facebook ha rilevato, lo scorso luglio, Monoidics, azienda che ha creato un software capace di scovare bug in altri software. Zuckerberg ha espresso parole di elogio per il lavoro svolto dalla giovane azienda alla cui vita hanno preso parte due italiani: Cristiano Calcagno e Dino Distefano. I due non hanno lasciato l’Italia per raggiungere Londra, erano già lì. Fa male, vero? In Italia non li ha considerati nessuno tanto è vero che Distefano è stato scartato alle selezioni per un dottorato a Pisa.

Uno tra i treni a levitazione magnetica più avanzati è stato progettato all’Università Dell’Aquila. Lo sanno i governi australiano, russo e persino quello brasiliano. Tutti tranne quello italiano: l’UAQ4, treno capace di toccare i 600 chilometri orari, non verrà neppure propagandato all’Expo 2015 di Milano, al contrario di quanto si pensava di fare.

Mara Branzanti (26 anni!) si è aggiudicata una borsa di studio offerta da Google e il suo lavoro formerà un tassello del sistema GPS Galileo, con il quale l’Europa e l’ESA intendono staccarsi definitivamente dai satelliti ospiti. Lei è ancora in Italia, è una dottoranda, ma è conscia del fatto che il suo futuro sarà all’estero.

Tutto ciò (e molto altro ancora) ci rende agli occhi del mondo nello stesso modo in cui la Mauritania può apparire ai nostri occhi. La politica, il commercio e le relazioni con l’estero non sono per forza minate solo dai nostri politici.

La credibilità dell’Italia all’estero non è minata solo da Berlusconi, dai bunga bunga e dalle “culone inchiavabili”. E’ minata anche dagli italiani.

Patente a punti per magistrati, giudici, dipendenti statali, parastatali (e affini)

Può, in una società evoluta, un giudice fare una serie di errori tali da condizionare (a volte in modo difficilmente riparabile) la vita di una persona? Può.

Ed è proprio perché può che esiste  il concetto di “responsabilità civile”, in questo caso e per esteso, “responsabilità civile del magistrato”.

L’articolo 2043 del codice civile italiano prevede che, chiunque causi ingiustamente un danno, è chiamato a risarcirlo. In questo caso il pronome indefinito “chiunque” significa “tutti tranne magistrati, dipendenti statali, parastatali e affini” (tanto per disturbare il buon Giorgio Gaber). Parliamo soprattutto dei primi, i magistrati. Devono sottostare anch’essi al citato articolo di legge che, a loro, si applica però con dubbia elasticità. Può essere considerata una situazione anomala, quella del magistrato che, fosse perennemente esposto alla paura di sbagliare, lavorerebbe certamente male creando non pochi dissesti a tutto l’apparato giuridico e giudiziario. Ed è una regola generale che si estende a chi presta la propria opera in seno a tutti i poteri dello Stato.

Questo significa che il magistrato può causare tutti i danni che vuole senza subire le conseguenze delle sue azioni? Sì.

Stiamo calmi e ragioniamo (se Gaber fosse vivo lo chiamerebbe stalking): per non compromettere la funzione del giudice questo può compiere errori titanici senza rischio alcuno per la propria carriera? Sono due cose più che separate, sono assolutamente inconciliabili.

In Italia i magistrati agiscono all’interno di una bolla giuridica che ne limita le responsabilità. Ma nessuno si lamenti (troppo). Negli Stati Uniti il giudice è decisamente “untouchable”; da noi invece – se del caso – lo Stato può rivalersi in un secondo momento sul giudice (con tutta una serie di distinguo e di limiti).

Si può ovviare a tutto questo, come avviene del resto in tutti gli altri ambiti e come dovrebbe avvenire in tutti quei paesi che si fregiano di essere democratici, liberi e civili: la “patente” a punti.

Ad ogni errore macroscopico compiuto da un giudice (laddove anche la semplice negligenza è comprovabile) gli vengono sottratti, dal totale vergine, dei punti. Esattamente come accade per la patente di guida. Quando un giudice giunge al di sotto di un terzo dei punti totali (cosa che indica una particolare predilezione all’errore), viene destinato per un periodo di tempo ad altra occupazione e, nel frattempo, lo Stato investe delle risorse per formare meglio quell’uomo che, dotato di martelletto, ovviamente ha bisogno di essere (ri)educato alle procedure civili e penali.

Facile, attuabile, perfettibile ma (credo e spero) condivisibile. Ad una soluzione tutto sommato pratica si è preferita quella barbarie che risponde al nome di “Legge Vassalli” (Legge 117/1998). Il testo di legge prevede che vengano puniti i gravi doli e la denegata giustizia, entrambe cose mediamente difficili da provare. In questo caso l’avverbio è letterale: difficilissima da provare la prima, più facile la seconda.

Che tutti i Vassalli del mondo pensino come meglio credono. Fino a prova contraria serve una patente a punti.

Quella volta che Bill Gates ha avuto ragione

Correva il 1995 quando Bill Gates, all’epoca 40enne, diede alle stampe il libro “The road ahead”, tradotto un anno dopo in italiano e pubblicato con il meno incisivo titolo de “La strada che porta a domani“. La penetrazione della Rete, all’epoca, superava di poco la decina di milioni di computer connessi, era ancora appannaggio della comunità scientifica o delle unità governative e il primo browser (Mosaic) aveva visto la luce solo due anni prima.

Fare previsioni sullo sviluppo di Internet, all’epoca, era sì relativamente facile ma ciò non escludeva la possibilità di fare errori. Bill Gates, nel suo libro, ipotizzava un mondo personale, il quotidiano di ognuno di noi, gestito da un unico terminale. Non dichiarava la fine della radio, della TV, dei quotidiani ma un radicale cambiamento delle abitudini che avrebbe lasciato spazio ad un nuovo modo di informarsi, ascoltare la radio o guardare la TV.

Nessuno (o pochi), avrebbe detto fino a qualche mese fa che l’autostrada di domani avrebbe tratto le sue origini da una piattaforma creata per “restare in contatto con le persone della tua vita”. Attenzione: le previsioni sono tutte profetiche ma a scoppio ritardato; se ad inizio degli anni ’80 qualcuno avesse ipotizzato la caduta del Muro di Berlino o se, ad inizio anni 2000 qualcuno avesse ipotizzato la caduta libera di imperi quali quello dell’automobile e il fallimento di Detroit, questi profeti sarebbero stati prelevati con tanto di camicia di forza.

Torniamo a noi. Che differenza c’è tra Bill Gates e Mark Zuckerberg? Il primo ha ipotizzato, in tempi non sospetti, che avremmo fatto la spesa, comprato libri, prenotato biglietti per viaggi o eventi via internet, il secondo lo fa. Non lui, ovviamente, ma quel colosso che ha sede a Menlo Park e che è il frutto del lavoro di ben 4.600 dipendenti.

Forse non lo sappiamo o non ce ne rendiamo conto, ma siamo già in viaggio sull’autostrada disegnata da Gates e siamo in parecchi: settecento milioni di persone. Sì, i profili Facebook sono 1,15 miliardi ma vanno considerati i doppi account, quelli decisamente finti o abbandonati e le pagine aziendali o di fan che decurtano questo altisonante numero di circa il 25% fino ad arrivare a 699milioni di utenti attivi (819milioni tenendo conto di chi si connette da device mobile), un numero comunque più che impressionante.

Da oggi, negli USA, Facebook offre la possibilità di prenotare un posto in quei ristoranti che hanno una pagina aziendale sul social network. E Bill Gates va in vantaggio di un punto.

Se consideriamo (e questo solo relativamente a Facebook) che le applicazioni (di varia natura) sono 10milioni, che sono 240 i miliardi di foto condivise, 110milioni le canzoni condivise, 250milioni le persone che passano parte del proprio tempo libero giocando… Bill Gates va in vantaggio di diversi punti.

Se a tutto ciò aggiungiamo che, in media, ogni utente passa 8,3 ore al mese su Facebook e che gli inserzionisti sono ormai un milione e il numero di interazioni tra aziende e clienti è in costante crescita, Bill Gates fa gol a valanga.

Ultima (ma non per ultima) considerazione: Facebook ha le casse piene, grazie anche all’IPO che le ha permesso di rastrellare liquidità. Cosa ne farà di tutti questi denari? Li investirà per fare crescere il buffer di servizi offerti. E’ quindi presumibile la creazione di applicazioni (a pagamento) per la diffusione di contenuti audio e video. E anche questi servizi si estenderanno, permettendo a chi vorrà di non andare al cinema ma di consumare sul proprio divano la visione di un film trasmesso nelle sale cinematografiche. Lo stesso dicasi per l’acquisto di libri, musica, viaggi…

Bill Gates un goleador? Piuttosto il contrario: grande fornitore di assist, a realizzare ci pensa Zuckerberg.

L’arteria principale dell’autostrada è costruita, ora mancano quelle ramificazioni che conducono gli utenti a soddisfare qualsiasi loro bisogno.

Un’idea di business: aprite un negozio di alimentari con consegna a domicilio che permetta agli utenti Facebook di trasmettervi la lista della spesa.

Domanda: perché Microsoft ha snobbato questo (enorme) potenziale?

 

Lugano – figli orfani di padre vivo

Dottoressa Elena Paltrinieri. Ricordate questo nome. Dottoressa Elena Paltrinieri di Lissone (Monza).

Cosa c’entra una psicologa italiana con un’autorità Svizzera, in questo caso l’Autorità Regionale di Protezione 8 di Lugano? Vale la pena spendere due parole: la Lega dei Ticinesi, movimento politico di destra, continua a criticare l’abbondanza di lavoratori stranieri (soprattutto frontalieri) in Svizzera e, ovviamente, non si può dare torto ad un partito che lotta per contenere la disoccupazione dei residenti.

Ciò che la Lega non sa è che le autorità ricorrono a persone italiane (come in questo caso, nemmeno in Ticino non ci fossero psicologi) e che a capo di tali istituzioni c’è l’onorevole Norman Gobbi, un leghista. Ma torniamo alla dottoressa Elena Paltrinieri.

L’ARP 8 di Lugano ha commissionato una perizia su due minori, affidata alla citata specialista. Il rapporto stilato è una sassaiola contro il padre dei ragazzi, ritenuto malato mentale.

Fino a qui potrebbe non esserci nulla di particolarmente fuori luogo, una storia triste come tante. Eppure…

Eppure una perizia è un test clinico a tutti gli effetti. Come quello del sangue, ad esempio.

Ora immaginate di andare dal vostro medico curante e questo, senza prelevarvi il sangue, lo analizza. Come è possibile? Non è possibile, infatti.

Però la dottoressa Paltrinieri ci è riuscita, ha diagnosticato al “padre” (più avanti spiegherò perché sono ricorsa alle virgolette) una serie di devianze psicologiche e psichiatriche non curabili senza nessun test. Nessuno. Lo ha fatto al telefono. Se un medico facesse una diagnosi al telefono verrebbe soprannominato “santone” o “guaritore”… una psicologa che fa una perizia al telefono, invece, è una professionista affidabile. Chi lo dice?

Lo dice l’ARP 8 di Lugano che, in base alla perizia fatta al “padre” (più avanti, abbiate pazienza) ha vietato a quest’ultimo di parlare al telefono coi figli, figli che non può vedere da quasi 5 anni.

Beh, direte voi, le autorità ticinesi non possono certo arrivare ovunque, si sono affidate ad una psicologa, mica ad una maga. Due obiezioni: la prima è che la dottoressa Elena Paltrinieri crede di essere brava (lo ha detto lei al padre, questa volta senza virgolette) e quindi è riuscita a fare una diagnosi scientifica usando il telefono e senza somministrate i test che, di fatto, convalidano qualsiasi esame medico.

La seconda: le ARP hanno un membro fisso che deve avere una preparazione psicologica. Anche l’ARP 8 ne ha uno, si chiama Daniela D’Ottavio del Priore. E’ quindi possibile che la dottoressa D’Ottavio del Priore non sappia che la sua collega italiana ha fornito un lavoro inutilizzabile? Oppure lo sa e ha preferito tacere perché i figli altrui non sono importanti? Non si sa.

Ora arrivo a spiegare le virgolette usate per scrivere “il padre”. Perché la dottoressa Elena Paltrinieri (né la dottoressa D’Ottavio del Priore) possono provare di avere parlato con il padre dei minori. E come potrebbero? Ecco un altro motivo per il quale una perizia fatta al telefono è tutt’altro che valida.

I due minori non hanno più rapporti con il loro genitore, per via di una perizia fatta al telefono “al padre”.

Incredibile, vero? No. Incredibile ma vero.

Succede a Lugano. Non dimenticate questo nome: dottoressa Elena Paltrinieri, Lissone (Monza).

Caso Bomio, undici anni al pedofilo

Bellinzona, Cantone Ticino, Svizzera.

Falvio Bomio, persona molto conosciuta nel bellinzonese, è un pedofilo e la giustizia gli ha presentato il conto: undici anni. Undici.

L’accusa, sorretta dal pubblico ministero Amos Pagnamenta, ne ha chiesti 14, la difesa 6. Pochi? Tanti? Pena commisurata?

Pena commisurata a quanto il codice penale svizzero permette di infliggere. Ma facciamo un passo indietro.

Durante il processo sono emersi fatti che, a buona ragione, hanno fatto sgranare gli occhi. Bomio sceglieva le sue vittime e annotava su un quaderno ogni particolare, e ha agito indisturbato per anni tanto che è stato chiamato alla sbarra per rispondere solo di una parte dei suoi reati, giacché gli altri – commessi decine di anni fa – sono ormai caduti in prescrizione.

E qui occorre aprire una parentesi: in Svizzera esiste un disegno di legge che vuole vietare ai colpevoli di pedofilia di potere svolgere attività (professionali o non) con fanciulli. Disegno di legge tardivo che viene contestato da parte del parlamento e anche da parte delle aree politiche. E qui servono le parentesi quadre: che Paese è quello in cui si tergiversa sulla protezione di chi, da solo, non è capace di tutelarsi? Chiuse entrambe le serie di parentesi.

Undici anni ad una persona, Bomio, che ha commesso una serie impressionanti di crimini odiosi. Fuori dai denti: la pedofilia è forse il reato più efferato: c’è premeditazione, c’è volontà, uccide lasciando in vita.

Al processo di Lugano, iniziato a Lugano il 5 agosto e conclusosi il 9, era presente anche una delegazione delle vittime di Bomio, rappresentate dall’avvocato Davide Corti. I loro racconti hanno di certo contribuito a mostrare l’efferatezza del crimine e, a anni di distanza, per molti di loro è stato impossibile trattenere le lacrime (speriamo, almeno, sia stato un pianto liberatorio). La pedofilia crea uomini morti che respirano e camminano. Anche da questo punto di vista, pur osservando i parametri imposti dalle leggi, undici anni sono niente. Niente.

E riapriamo una parentesi: se il giudice ha comminato una pena applicabile alle norme, a chi tocca il compito di rivedere tali norme, le cui pene prevedono detenzioni risibili?

Torniamo al processo: il PM Amos Pagnamenta ha fatto una lunga requisitoria, lunghissima. Ore e ore e sforzi immani per mostrare tutta la brutalità dei gesti di Bomio il quale riteneva  “il territorio di caccia” la società di nuoto di cui era presidente e nella quale adescava le sue giovani vittime, così come chiamava “hall of fame” il libro in cui annotava ogni cosa. Mostruoso? Malato? Non tocca a noi dirlo. E’ toccato al giudice Marco Villa, delle Assisi Criminali di Lugano. Il giudice ha lavorato bene o male? E’ stato equo, ha riconosciuto anche delle piccolissime attenuanti a Bomio, impresa di certo non facile e missione non per tutti, quella di andare incontro ad un uomo che per anni ha abusato di tutti. Dei bambini, dei loro genitori che credevano fossero in buone mani, della collettività.

Pagnamenta? Ha fatto un lavoro perfettibile, al contrario di quanto viene ritenuto dalla stampa elvetica che, in coro, gli ha rivolto un plauso. Requisitoria da re della retorica, con scivoloni incredibili. Alla voce “pericolo di recidività”  Pagnamenta vuole battere il record di salto in alto ma l’asta gli si spezza in mano: “forte della sua potenza finanziaria potrebbe addirittura, una volta pagato il conto con la giustizia, andare all’estero e vivere nella bambagia“. Cosa vuole dire? Che se Bomio fosse stato meno abbiente allora avrebbe chiesto una pena più mite? Ciò che in teoria voleva essere un pensiero sopraffino ha, con ogni probabilità, sortito l’effetto contrario, aprendo le porte al giudice Villa per valutare le attenuanti. Troppa carne al fuoco moltiplica il rischio che qualche bistecca bruci. E così è stato.

E la difesa? Disastrosa. Un colabrodo (e ci sarebbe da aggiungere “per fortuna”, ma ciò esula dagli aspetti legali e riguarda solo quelli umani).

L’Avvocato Maria Galliana, già PM, ha assunto la difesa di Bomio e, nel contempo, è presidente della commissione di coordinamento per l’aiuto alle vittime. Quindi da che parte stava? Ha chiesto, per il suo assistito, una pena tra i 5 e i 6 anni di reclusione a vantaggio di Bomio, ovviamente, lasciando quindi da parte il suo ruolo istituzionale. C’è qualcosa di losco sotto? Certamente no, ma così si presta il fianco a critiche gratuite che, peraltro, distolgono l’attenzione da ciò che è importante: le vittime di Bomio.

Questo ci riporta alle autorità ticinesi che sono solite incappare in incidenti di percorso simili: nel quadro di una ricerca giornalistica che sto conducendo, è emerso che per fare delle perizie psicologiche vengono scelti professionisti “amici” di chi le commissiona, in un caso è stata scelta una psicologa che fa parte di un’associazione il cui sito web è gestito dal marito del commissionante. In un altro caso, un divorzio, il figlio della coppia è assistito da un curatore che fa rapporto alle autorità chiamate a decidere sul suo affidamento. Questa persona è la moglie di un collega del padre del piccolo. I rapporti della curatrice dipingono la madre come manipolatrice e il padre come un santo, omettendo che il genitore ha costretto il figlio a scendere dall’automobile facendolo ritornare a casa da solo e altre amenità simili.

C’è qualcosa di marcio sotto? Sicuramente no, ma con tutti gli psicologi e curatori che operano attivamente, proprio quei due dovevano essere scelti?

C’è un’altra tipicità ticinese, quella delle interrogazioni parlamentari a cui – a volte – il Governo non risponde. Perché? Non si sa. Forse non ritiene necessario farlo, forse non sa cosa rispondere… e anche nel caso dell’avvocato difensore di Bomio è partita l’interrogazione parlamentare, presentata da Silvano Bergonzoni e Lara Filippini. Affaire à suivre.

Intanto Bomio è stato riconosciuto colpevole di (una parte) dei suoi reati. L’altra parte, cospicua, numericamente elevata, è caduta in prescrizione. Quanto valgono decine di stupri perpetrati a bambini indifesi e incapaci di comprendere ciò che stava accadendo loro? Undici anni di prigione e 167mila franchi (135mila euro al cambio attuale) per torto morale, danni materiali e spese.

Giusto, sbagliato, sufficiente? Impossibile dirlo, una cosa però la si può sostenere: un Paese incapace di tutelare i minori deve fermarsi a riflettere e cambiare profondamente.

 

Autorità Regionali di Protezione

La Svizzera prevede la tutela dei minori e degli adulti. In tale senso nel Cantone Ticino  sono state create 18 Autorità Regionali di Protezione (ARP), istituzioni in cui viene deciso il destino delle persone che vi ricorrono.

Molte delle persone che, volenti o nolenti, hanno a che fare con una delle 18 ARP si lamentano a grande voce del loro operato.

Il Cantone Ticino ha poco più di 330mila abitanti, 18 ARP sembrano quindi un numero spropositato e, a maggior ragione, appare spropositato il numero di associazioni o movimenti che le contestano apertamente.

C’è il “Movimento Papageno“, c’è l’ “Associazione Genitori Non Affidatari” (AGNA) e, tra le altre, spicca anche l’ “Associazione Inseme Attivi per la Co-genitorialità” (AIACO). Ognuna di queste (e ciò vale anche per quelle non citate) cerca di fare valere i diritti dei minori con modalità e strategie diverse.