Categoria: Sarebbe meglio se…

Licia Colò da’ del somaro ad Einstein

… come se Paperino desse dello sfigato a Gastone. “Alle falde del Kilimangiaro”, puntata del 25 agosto 2013. L’edizione estiva dell’ormai famosa trasmissione di Rai 3 prevede un leitmotiv, una domanda per dare spunto a discussioni e riflessioni. In questo caso la domanda è stata: cosa direste a vostro figlio se andasse male a scuola”? A supporto della domanda gli autori hanno pensato bene di rispolverare una vecchia pagella di Albert Einstein.

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La pagella risale al “periodo svizzero” del giovane Albert, ciò che sfugge agli autori, alla conduttrice e agli ospiti è che in Svizzera il voto massimo conseguibile è 6 e non 10.

Il resoconto scolastico di Einstein, pieno di 6, 5, qualche 4 (la sufficienza) e un 3 (in francese) è certamente perfettibile ma non lo si può paragonare ad un disastro come invece è stato fatto durante la trasmissione, tanto è vero che Licia Colò ad un certo punto esclama “non dovevamo farla vedere”, convinti di avere fatto credere ai telespettatori che si può diventare Einstein anche andando male a scuola.

Tra gli ospiti c’era anche Antonio Caprarica, bravo se non addirittura bravissimo giornalista, per anni inviato nella City dalla quale ha ereditato un self control e una classe di vittoriana memoria. Per Mr. Caprarica la pagella è un “invito a non studiare”.

Per carità, l’Italia ha ben altro a cui pensare, ciò non toglie che la figura sia stata magra e barbina.

 

 

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Patente a punti per magistrati, giudici, dipendenti statali, parastatali (e affini)

Può, in una società evoluta, un giudice fare una serie di errori tali da condizionare (a volte in modo difficilmente riparabile) la vita di una persona? Può.

Ed è proprio perché può che esiste  il concetto di “responsabilità civile”, in questo caso e per esteso, “responsabilità civile del magistrato”.

L’articolo 2043 del codice civile italiano prevede che, chiunque causi ingiustamente un danno, è chiamato a risarcirlo. In questo caso il pronome indefinito “chiunque” significa “tutti tranne magistrati, dipendenti statali, parastatali e affini” (tanto per disturbare il buon Giorgio Gaber). Parliamo soprattutto dei primi, i magistrati. Devono sottostare anch’essi al citato articolo di legge che, a loro, si applica però con dubbia elasticità. Può essere considerata una situazione anomala, quella del magistrato che, fosse perennemente esposto alla paura di sbagliare, lavorerebbe certamente male creando non pochi dissesti a tutto l’apparato giuridico e giudiziario. Ed è una regola generale che si estende a chi presta la propria opera in seno a tutti i poteri dello Stato.

Questo significa che il magistrato può causare tutti i danni che vuole senza subire le conseguenze delle sue azioni? Sì.

Stiamo calmi e ragioniamo (se Gaber fosse vivo lo chiamerebbe stalking): per non compromettere la funzione del giudice questo può compiere errori titanici senza rischio alcuno per la propria carriera? Sono due cose più che separate, sono assolutamente inconciliabili.

In Italia i magistrati agiscono all’interno di una bolla giuridica che ne limita le responsabilità. Ma nessuno si lamenti (troppo). Negli Stati Uniti il giudice è decisamente “untouchable”; da noi invece – se del caso – lo Stato può rivalersi in un secondo momento sul giudice (con tutta una serie di distinguo e di limiti).

Si può ovviare a tutto questo, come avviene del resto in tutti gli altri ambiti e come dovrebbe avvenire in tutti quei paesi che si fregiano di essere democratici, liberi e civili: la “patente” a punti.

Ad ogni errore macroscopico compiuto da un giudice (laddove anche la semplice negligenza è comprovabile) gli vengono sottratti, dal totale vergine, dei punti. Esattamente come accade per la patente di guida. Quando un giudice giunge al di sotto di un terzo dei punti totali (cosa che indica una particolare predilezione all’errore), viene destinato per un periodo di tempo ad altra occupazione e, nel frattempo, lo Stato investe delle risorse per formare meglio quell’uomo che, dotato di martelletto, ovviamente ha bisogno di essere (ri)educato alle procedure civili e penali.

Facile, attuabile, perfettibile ma (credo e spero) condivisibile. Ad una soluzione tutto sommato pratica si è preferita quella barbarie che risponde al nome di “Legge Vassalli” (Legge 117/1998). Il testo di legge prevede che vengano puniti i gravi doli e la denegata giustizia, entrambe cose mediamente difficili da provare. In questo caso l’avverbio è letterale: difficilissima da provare la prima, più facile la seconda.

Che tutti i Vassalli del mondo pensino come meglio credono. Fino a prova contraria serve una patente a punti.